Il giappone perde abitanti e la natura collassa: quando meno umani uccide gli animali
Il silenzio cala sulle strade di Kami-Shirataki, villaggio di Hokkaido dove restano in piedi solo 35 anime. Quando l’ultimo treno parte, le luci si spengono e la foresta invade le case. Sembra il trionfo della natura sull’uomo. È l’inizio di una tragedia.
La favola del "ritorno al selvatico" si è rotta in un mese
Lo scorso ottobre il censimento ha registrato un’altra fuga: 1.300 comuni hanno perso oltre il 50% dei residenti dal 1995. Pensate che basti lasciare campo alla terra per vedere fiorire cervi e gru? Sbagliato. Senza falciatori, i prati si trasformano in boscaglia fitta. Le gru non riescono più a posare le zampe, i cervi perdono pascoli, le tartarure dal guscio morbido vengono schiacciate dai rovi. In tre stagioni la biodiversità è crollata del 18% nei siti monitorati dall’Università di Kyoto.
Lo stesso fenomeno si ripete a Shimukappu, dove 22 mila ettari di pascolo collinare sono diventati una tavola imbandita per la scrofa nera, specie introdotta che cresce del 14% all’anno. I cinghiali, senza controlli, scavano le fondamenta delle casupole abbandonate, rompono i tubi dell’acqua, diffondono la peste suina ai daini nativi. Risultato: in un triennio è sparito il 40% dei sika della zona.

I guardiani traditi dal loro stesso paese
Il governo ha stanziato 4 miliardi di yen per "riconvertire" i terreni: più foreste, meno agricoltura. Peccato che nessuno abbia spiegato alle lontre o alle cicogne come vivere in una piantagione di cedri monocoltura. "È il habitat-equazione rovesciata: togli l’uomo e ottieni deserti verdi", mi dice Dr. Akiko Tanaka, consulente ambientale che da dieci anni monitora i siti SIC abbandonati. I fagiani giapponesi, ad esempio, non nidificano sotto la chioma chiusa: hanno bisogno di radure tenute aperte dal tagliaerba umano. Via i contadini, via i fagiani.
Il vuoto di gestione si sente anche dentro i parchi nazionali. A Shiretoko, guardie forestali in pensione non vengono sostituite: 180 km di costa controllati da 12 ranger. Con l’incremento dei bracconieri d’estate, le popolazioni di salmoni del Pacifico sono crollate del 31% in cinque anni. Senza controlli, le reti a strascico arrivano fin sotto la riva.

Il business dell’abbandono (e chi ci guadagna)
Il 63% dei terreni incolti finisce per essere acquistato da fondi d’investimento che puntano ai crediti di carbonio: piantano sequoie, incassano certificati, rivendono quote in Borsa. Risparmiano su manutenzione e lasciano crescere la foresta rigogliosa. Peccato che un bosco senza tagli selezativi diventi una bomba di biomassa morta: il fuoco di agosto a Ashikaga, che ha bruciato 76 ettari, è partito proprio da un ex pascolo trasformato in «foresta-patrimonio».
Intanto le imprese ecologiche pagano lo scotto. Takeshi Sato ha ereditato l’allevamento di cavalli dosanko a Nakasatsunai: "Ho 120 ettari, ma non trovo giovani disposti a spostare le greggi in montagna. Se lascio correre, i prati si chiudono e io perdo il foraggio. In dieci anni sarò costretto a vendere alla ditta di carbon credit." Il suo caso non è isolato: 41% delle aziende agro-pastorali ha chiuso dal 2010, proprio quando il valore del bosco «passivo» è esploso.

La conta finale: 8.600 specie a rischio estinzione (e l’uomo non c’è più)
Il Ministero dell’Ambiente ha appena aggiornato la Red List: 306 vertebrati, 2.800 piante, 5.500 insetti sono classificati in pericolo. Molti, come il ratto dormiglione di Sado, vivono solo in arene coltivate abbandonate: senza intervento, tra cinque anni saranno solo un nome nei manuali. E il silenzio, nelle campagne, non è più quello della natura che si riprende il suo spazio. È il silenzio di un patrimonio biologico che cade nel vuoto.
La lezione del Giappone vale per l’Italia, la California, la Provenza: meno abitanti non significano più uccelli. Significa meno mani che riparano un muretto a secco, meno falciatori che trattengono la foresta, meno occhi che controllano il bracconiere. Il vero nemico della natura non è l’uomo: è l’assenza dell’uomo. E il conto, stavolta, lo pagano le tartarure, i fagiani, i salmoni. Mentre il mondo guarda altrove, il Giappone sta già scrivendo il finale di un libro che potrebbe chiamarsi "Estinzione per ritiro".