Il mondiale 2026 rischia di trasformarsi in una trappola per tifosi e migranti

Tra 10 settimane il calcio invaderà Nord America, ma chi sbarca per urlare gol potrebbe finire in una cella. Amnesty International ha lanciato l’allarme: il torneo più grande della storia si gioca in tre paesi dove la sicurezza è sinonimo di raid, espulsioni di massa e profilazione razziale. Il dossier “La humanidad debe triunfar” fotografa un continente che ha già deportato mezzo milione di persone nel 2025, otto volte i presenti previsti alla finale di New York.

Trump blinda gli stadi, ma non i diritti

Gli Stati Uniti ospiteranno 60 partite su 80. Per ogni match, l’ICE e la CBP potrebbero usare le tribune come laboratorio di identificazione: agenti mascherati, controlli a campione, espulsioni lampo. Dal 1° gennaio 2026 nessuno ivoriano, haitiano, iraniano o senegalese entra senza visto pre-confezionato. Lo dice il bando di Trump, non un foglietto di un ultrà. La FIFA tace. Il diritto di libertà di movimento si è fermato al check-in.

Il calcolo è spietato: più si avvicina il fischio d’inizio, più il Dipartimento di Homeland Security intensifica i raid. I centri di detenzione texani sono già al 94% di occupazione. Un tifisco incautamente senza carta d’identità valida può passare dal coriato “¡Vamos!” al “You have the right to remain silent” in meno di un’ora.

Messico: 100.000 militari per arginare il dissenso

Messico: 100.000 militari per arginare il dissenso

Il 13 giugno all’Azteca di Città del Messico si alzerà il sipario. Fuori, un esercito di 100.000 uomini – inclusi reparti dell’esercito – prenderà posizione. Obiettivo dichiarato: contrastare i cartelli. Effetto collaterale: soffocare le madri di desaparecidos che chiedono giustizia. Le “madres buscadoras” hanno annunciato una protesta pacifica: striscioni bianchi, nomi dei figli scomparsi, silenzio. Le autorità hanno già delimitato zone rosse dove anche un fazzoletto può essere considerato arma.

La lezione dei Mondiali passati è chiara: ogni mega-evento maschera operazioni di “urban cleansing”. I bar popolari vengano abbattuti, i senza tetto spinti ai margini, i cronisti minacciati. Stavolta la differenza è la velocità: il governo ha accelerato la militarizzazione mesi prima del primo pallone al centro.

Canada: senzatetto cacciati per far posto alla fifa

A Toronto, il 15 marzo, è stato chiuso il centro di accoglienza invernale che dava riparo a 700 persone. Motivo? Il terreno è stato “pre-prenotato” per hospitality e parcheggi vip. L’Amnesty ricorda i giochi invernali di Vancouver 2010: 1.400 stanze di hotel costruite, zero politiche abitative a lungo termine. Il risultato: un’esplosione degli sfratti e un aumento del 42% dei senzatetto in cinque anni.

La città ha promesso “soluzioni alternative”, ma il budget stanziato copre appena 120 posti letto. Il resto dovrà arrangiarsi sotto i ponti, lontano dalle telecamere che trasmetteranno la cerimonia di apertura.

Il silenzio dell’impero fifa

Il regolamento di gara recita: “tutti devono sentirsi inclusi”. Peccato che il regolamento non preveda sanzioni per chi viola i diritti umani. Il presidente Gianni Infantino gira il mondo con lo slogan “football is for all”, ma davanti al dossier di Amnesty non ha ancora aperto bocca. Nessuna garanzia scritta contro le deportazioni, nessun fondo risarcimento per le famiglie divise, nessun protocollo anti-profiling per i tifosi.

Il business, intanto, viaggia a 11 miliardi di dollari di ricavi previsti. Le royalties diritti tv crescono del 23%. I diritti umani restano a quota zero.

Il conto alla rovescia è partito

Restano 74 giorni. Mentre i biglietti volano su StubHub a prezzi da borsa nera, le prigioni migranti riempiono le celle. La finale si giocherà al MetLife Stadium, capacità 82.500 posti. Le deportazioni hanno già superato quel numero di sei volte. Il calcio può essere meraviglia, ma stavolta il risultato lo decide un muro, non un goal.

Se l’emergenza diritti umani è il prezzo da pagare per un Mondiale, forse non è solo il pallone a dovere entrare in rete.