Il mondiale 2026 si trasforma in trappola: amnesty lancia l’allarme su deportazioni e arresti

Mentre i tre Paesi organizzatori contano i biglietti venduti, amnesty international ha già aperto il conto dei diritti calpestati. Il dossier diffuso ieri sera descrive la Coppa del Mondo 2026 come una «grande macchina da repressione» in procinto di ingranaggio: 500.000 deportazioni già eseguite negli Stati Uniti nel 2025, 100.000 soldati schierati in Messico, quattro città su sedici che si sono prese la briga di scrivere un piano diritti. Le partite non sono ancora iniziate, ma il tempo per evitare l’ennesimo fiasco umanitario scade il 14 giugno, giorno del fischio d’inizio.

La risposta di sheinbaum suona a mantra: «che vada tutto bene»

Alla domanda lanciata durante la conferenza stampa mattutina, la presidente messicana Claudia Sheinbaum ha preferire il condizionale al congiuntivo: «Spero che abbiano un buon Mondiale in ogni senso». Nessuna parola sui migranti, sulle 20.000 denunce per sparizioni forzate che attendono risposta, sulle attiviste che annunciano un sit-in pacifico allo Azteca il giorno dell’inaugurazione. Il silenzio istituzionale, per Amnesty, è già una forma di consenso.

Il rapporto tecnico è spietato. A Dallas, Houston e Miami le forze di polizia hanno firmato protocolli di collaborazione con l’ICE, l’agenzia federale che dal 2025 ha trasformato ogni controllo stradale in potenziale rastrellamento. Il rischio di profilazione razziale sale insieme al numero di agenti: 4.000 militari della Guardia Nazionale sono già stati dispiegati a Los Angeles dopo le proteste contro i blitz migratori. La cifra è la stessa dei tifosi attesi per la finale a MetLife Stadium, solo che dall’altra parte del tornello ci sono mitra, non bandiere.

Il messico porta i carri armati dentro gli stadi

Il messico porta i carri armati dentro gli stadi

La sicurezza «coppa d’oro» del governo messicano prevede l’impiego di 100.000 unità tra esercito, marina e Guardia Nazionale. Un numero che supera l’intera forza di pace dell’ONU. L’obiettivo dichiarato è contrastare il crimine organizzato, ma Amnesty documenta almeno 47 casi di manifestanti feriti da militari dal 2022 a oggi. Il 14 giugno, quando Messico ospiterà l’inaugurazione, le squadre di tifosi si troveranno a condividere i tornelli con reparti blindati. «Non è uno scenario da World Cup, è un copione da stato d’assedio», commenta Erika Guevara Rosas, direttrice regionale di Amnesty per le Americhe.

Il Canada, presentato come il terzo anello più morbido della catena, ha appena rinnovato le «proibizioni di ingresso» per chiunque abbia precedenti penali minori o affiliazioni politiche scomode. Tradotto: un tifoso con una condanna per partecipazione a un sit-in rischia di vedersi rifiutare il visto all’ultimo minuto. La FIFA, che aveva classificato il torneo a «rischio medio», oggi non ha ancora pubblicato un piano diritti aggiornato. Il suo regolamento interno, però, obbliga gli organizzatori a garantire «libertà di espressione e accesso senza discriminazioni». Claudio Sulser, ex capo della commissione disciplinare della FIFA, è lapidario: «Se non interviene, il suo marchio diventa complice».

I soldi non aspettano i diritti

I soldi non aspettano i diritti

Il business corre più veloce dei protocolli. I diritti televisivi valgono 6,5 miliardi di dollari, gli sponsor hanno già versato 1,8 miliardi. Nessuno ha inserito clausole rescissorie in caso di violazioni umanitarie. Amnesty ricorda che, dopo i mondiali del 2014 in Brasile e del 2018 in Russia, le cause per sparizioni e torture sono ancora pendenti. Il rischio concreto è che il modello si replichi in scala tripla: tre nazioni, tre governi, tre eserciti pronti a usare il pallone come alibi.

Le partite durano novanta minuti. Le deportazioni, i pestaggi, le denunce per «manifestazione non autorizzata» lasciano macchie che non si cancellano con il fischio finale. Il 14 giugno il mondo alzerà gli occhi sul cielo di città come Monterrey, Toronto, Kansas City. Se l’allarme di Amnesty resterà lettera morta, lo spettacolo più visto del pianeta avrà per colonna sonora il clangore dei blindati. E il conto, questa volta, non lo pagheranno solo i tifosi, ma la credibilità stessa del calcio.