Il peso cileno si rafforza: verso 2026 il dollaro potrebbe scendere sotto gli 820 pesos
Il dollaro chiude il 30 marzo a 932,63 pesos, un +1,02% in 24 ore. Sembra poco, ma basta scorrere i grafici dell’ultimo anno per capire che stiamo assistendo a una lenta resa del biglietto verde. La volatilità è salita all’11,46%, doppia rispetto alla media del 2023, e i trader scommettono già sull’anno prossimo: il cambio potrebbe aggirarsi fra 820 e 880 pesos per dollaro.
Perché il peso sorride: cobre, politica e liquidità
La chiave è a Santiago, non a Washington. Il governo di Sebastián Sichel sta accelerando il giro verso la destra economica: meno tasse per le multinazionali, aperture alle compañías minerarie, via libera a nuovi investimenti in rame. Il metallo rosso vale il 50% delle esportazioni del Cile: se il prezzo sul London Metal Exchange resta sopra i 9.000 dollari la tonnellata, il peso guadagna terreno quasi automaticamente. È la regola non scritta di un Paese che ha fatto del cobre il suo termometro fiduciario.
Lo scenario base di Bloomberg, raccolto fra 23 banche d’investimento, fissa il cambio a 840 pesos a fine 2026. Ma la forbice si restringe se la produzione di Codelco torna ai livelli pre-pandemia e l’inflazione scende sotto il 3%. In fondo, la Banca Centrale ha già alzato i tassi di 525 punti base fra il 2021 e il 2023: il terreno per un’apprezzamento c’è.

Il rischio nascosto: meno cobre, più incertezza
La storia insegna che la correlazione cobre-peso può diventare una trappola. Nel 2014 il rame crollò al 2,40 $/lb e il dollaro balzò oltre 700 pesos. Oggi la Cina accumula scorte, il gigante industriale di Pechino compra il 40% del rame cileno e una frenata della sua industria manderebbe il peso in picchiata. Gli analisti di JPMorgan avvertono: «Se il prezzo scende sotto gli 8.000 $/t, il cambio può tornare a 950 pesos in meno di un mese».
Intanto, nel portafoglio dei pensionati cileni, il dollaro resta l’ancora di salvezza. I cinque riti di prelievo forzoso dal 2020 hanno trasformato il peso in una valuta “da spendere subito”, mentre i 180 miliardi di dollari di fondi pensione ancora investiti all’estero creano una domanda costante di biglietti verdi. È un equilibrio instabile: se la fuga dai fondi si riaccende, il cambio potrebbe rialzarsi anche senza un crollo del rame.

La mossa del banco centrale: meno liquidità, più controllo
Rosanna Costa, presidente della Banca Centrale, ha già annunciato la fine del programma di acquisto di bond entro dicembre. Tradotto: meno pesos in circolazione, tassi alti per più tempo. Il mercato ha recepito: i future sul CLP segnalano un rialzo del 2,3% nei prossimi 12 mesi. Ma c’è un dettaglio che nessuno mette in evidenza: il Cile deve rimborsare 8,5 miliardi di dollari di debito estero nel 2025 e, se il peso si rafforza troppo, il costo in valuta locale lieviterà. È il paradosso di chi vuole una moneta forte ma ha bisogno di un dollaro caro per pagare le rate.
La cifra parla chiara: ogni 10 pesos di apprezzamento aumenta il costo del servizio del debito di circa 140 milioni di dollari. È un equilibrio che la politica dovrà gestire in silenzio, perché il “copper premium” non dura per sempre.
Il verdetto? Il peso cileno ha intrapreso la sua marcia, ma la strada è lastricata di rame, non d’oro. Se il metallo rosso tiene e il Congresso conferma il taglio delle tasse, il dollaro potrebbe davvero chiudere il 2026 sotto gli 820 pesos. Altrimenti, basterà un colpo di tosse di Pechino per far tornare il cambio a quota 950. La scommessa è aperta: il tempo, questa volta, giocherà a favore di Santiago solo se il prezzo del rame resterà sopra i 9.000 dollari. Per il resto, il mercato non perdona.
