Il petroliere ruso a cuba: l'ultima mossa di trump per piegare l'avana
La Guardia Costiera Usa ha aperto il varco. Il Anatoly Kolodkin, un colosso da 700.000 barili sotto bandiera russa e bandito da Washington, scivola verso l’orizzonte cubano a meno di 24 miglia dall’isola. Domenica pomeriggio entrerà nelle acque di La Habana, martì toccherà terra. È il primo carico di greggio che varca il blocco imposto da Trump dopo l’arresto di Maduro, e nessuno, nemmeno al New York Times, sa perché la Casa Bianca abbia alzato il piede proprio adesso.
La scintilla: 100.000 barili al giorno per non spegnere cuba
cuba brucia 100.000 barili quotidiani, ne produce solo 40.000. Il resto è aria. Da gennaio i blackout sono diventati un orologio: si spengono le luci, si ferma l’economia, si affila la fame. Trump ha trasformato il petrolio in leva: niente greggio, niente trattative, forse un baratto di riforme contro energia. Mosca ha risposto con la carta “umanitaria”, caricando il Kolodkin come un cammello di ferro pronto a sfidare il sanctions-game.
La posta è alta. Il Departamento del Tesoro ha già multato chiunque rifornisca l’Avana; l’Ue ha fatto lo stesso con la flotta russa. Ora, però, il silenzio di Washington grida più del cannone. È un cedimento tattico? Un segnale a Putin? O un semplice calcolo: meglio un’isola semi-accesa che una rivolta migratoria a portata di Straits of Florida?

Il dato che resta: 700.000 barili contro la luce spenta
Solo quattro mesi fa, il 29 gennaio, Trump firmava l’ordine esecutivo che minacciava dazi a chiunque avvicinasse un barile a cuba. Oggi lo stesso presidente guarda dall’altra parte mentre il Kolodkin disegna una scia nera nel Golfo. L’isola respira, ma resta in debito: serviranno almeno sette navi così per riportare la corrente a pieno regime. La Guardia Costiera non ha chiarito se concederà altri passaggi; il Cremlino non ha fissato scadenze. E nel frattempo La Habana conta i giorni, i barili, i minuti di luce.
Il petrolio è arrivato. Le regole, forse, sono già cambiate.
