Il petroliere ruso anatoli kolodkin sbarca a cuba: 740.000 barili per tenere in vita l’isola
Alle 06:00 di martì il Anatoli Kolodkin sfiorerà il molo di Matanzas con 740.000 barili di gregge. È il primo cargo da tre mesi a sfondare il blocco Usa. Tre mesi di blackout, di taxi a spinta, di ospedali al buio. Adesso il Cremllo spedisce il conto a Washington: «Cuba non la molliamo».
Il giro di boa di trump: “che mi importa”
Domenica, a bordo di Air Force One, il presidente Usa ha detto sì agli obiettivi dei giornalisti: «Tengano pure il petrolio, il regime è comunque malato». Una frase che suona come un via libera, ma che nasconde un’altra stretta: l’ordine esecutivo del 29 gennaio resta lì, pronto a colpire chiunque rifornisca l’Avana. Traduzione: il carico di Mosca può entrare, ma il prossimo sarà nuovamente bersaglio. È la logica del cease-and-desist a tempo: Washington concede 24 ore di tregua, poi torna a puntare il cannone.
La partita si gioca sul filo di un esecutivo americano che vuole mostrarsi clemente senza perdere la faccia. Il Dipartimento del Tesoro ha già multato Sovkomflot — la società armatoriale del Anatoli Kolodkin — con sanzioni dal 2024. Adesso la nave aggira la lista nera agganciando la bandiera di un trust scozzese. È un’ombra giuridica che serve a far passare il carico, ma non cancella il rischio: qualunque banca che tocchi quei dollari può finire nel mirino di OFAC.

Cuba ha fame di elettricità: 60.000 barili al giorno mancano all’appello
L’isola consuma 100.000 barili quotidiani, ne estrae appena 40.000 dai suoi pozzi ormai secchi. Il resto era Venezuela finché Maduro ha stretto i suoi rubinetti. Da gennaio la flotta Usa controlla ogni tonnellaggio che naviga a nord di Cartagena. Risultato: le linee elettriche cubane sono diventate un ricordo. I quartieri dell’Avana ricevono corrente due ore al giorno, gli ospedali funzionano a gruppi elettrogeni, i panifici cuociono quando il governo decide. La crisi ha un nome: apagón, spegnimento.
Il Anatoli Kolodkin riduce il gap di appena una settimana. Poi che succede? Il Cremllo promette «altri aiuti umanitari», ma non firma contratti a lungo termine. Il gioco è politico: ogni nave che entra nel Golfo di Mexico è un messaggio a Bruxelles e a Washington — siamo ancora qui, il vostro embargo non ci inchioda. Pechino osserva e tace: se il greggio russo scorre, il petrolio venezuelano può tornare a premere sui mercati asiatici. È un triangolo di vantaggi dove l’unico a restare con le mani vuote è il cittadino cubano.
La risposta del tesoro: “chi tocca cuba paga”
Il portavoce di OFAC, contacted ieri sera, non smentisce la tregua ma aggiunge una postilla gelida: «Chiunque faciliti il trasporto di petrolio verso Cuba sarà incluso nella lista SDN». Tradotto: banchieri, assicuratori, surveyor, persino i piloti del porto rischiano il congelamento immediato. È la classica mazzata preventiva: Washington lascia entrare il barile, ma minaccia chi ne ordina un secondo.
La mossa ha già sortito effetto: nessun armatore europeo ha preso in affitto navi shadow per rifornire l’Avana. I pochi broker che tentano chiedono premi del 30% sul valore della nave. Il costo lo paga il governo cubano, che per ogni dollaro di petrolio ruso deve sborsare due in assicurazione e contanti. È la spirale del premio di sovravvivenza: più l’isola è isolata, più il greggio costa.
Il Anatoli Kolodkin scaricherà il suo carico davanti a una platea di giornalisti ufficiali. Le telecamere di Canal Caribe trasmetteranno in diretta la pompa che ricomincia a respirare. Poi il silenzio. Perché il prossimo cargo — se arriverà — dovrà di nuovo superare il blocco della superpotenza a 90 miglia di distanza. E questa volta Trump potrebbe non dire «che mi importa».