Il petrolio sfonda i 100 dollari: trump minaccia l'iran e il mercato trema

New York – Il West Texas Intermediate ha chiuso a 102,88 dollari, +3,24 in una seduta che ha riportato il barile sopra la soglia psicologica per la prima volta dal luglio 2022. In un mese il contratto statunitense ha guadagnato il 46%: una rampa da brividi innescata dal fronte mediorientale, dove la guerra entra nella quinta settimana e le trattative restano inceppate.

Il detonatore è arrivato dalla bocca di Donald Trump. «Se l’Iran non riaprirà lo stretto di Hormuz, distruggeremo i suoi pozzi, le centrali e l’isola di Kharg», ha tuonato il presidente americano, fissando un ultimatum senza data. L’annuncio ha spinto i futures a prendere il volo: 20 navi petroliere, secondo Trump, sarebbero già pronte a transitare, ma il mercito non ci crea e compra d’istinto.

Dietro il rally, i numeri dello choke-point

Un quinto del greggio mondiale e del gas naturale passa per Hormuz. Chiudere quel rubinetto significa togliere 21 milioni di barili al giorno, più di quanto consumi l’intera Unione Europea. Gli operatori lo sanno e hanno cominciato a prezzare lo scenario “zero passaggio”, accendendo la spia rossa sui terminal di Cushing, dove scendono le scorte americane.

Il fronte si allarga. A sud, gli Houthi yemeniti – alleati di Teheran – hanno ricominciato a lanciare droni su Israele e minacciano di chiudere Bab el-Mandeb, l’altra strozzatura marittima. Le compagnie di navigazione hanno già svoltato verso il Capo di Buona Speranza, allungando i tempi di consegna e aggiungendo 2-3 dollari al costo di ogni barile trasportato.

Il risultato è una spirale logistica: più navi percorrono rotte più lunghe, più carburante viene consumato per portare carburante, più il prezzo sale. È il circolo vizioso che gli economi chiamano “effetto rimbalzo sui rifornimenti” e che oggi si traduce in inflazione importata per ogni paese importatore, Italia inclusa.

La memoria breve del mercato

La memoria breve del mercato

C’è chi ricorda il 2008, quando il petrolio toccò i 147 dollari. Ma questa volta il driver non è la domanda cinese in crescita, bensì la distruzione controllata dell’offerta. Le sanzioni già in campo hanno dimezzato le esportazioni iraniane; un attacco militare alle infrastrutture potrebbe dimezzarle di nuovo, portando il flusso sotto il milione di barili giornalieri. Basterebbe a spingere il WTI oltre i 120 dollari, dicono i desk di trading, con la benzina americana sopra i 4 dollari al gallone e quella italiana di nuovo sopra i 2 euro al litro.

Intanto, i dati COT mostrano fondi speculativi corti in copertura: le posizioni net-long sul greggio sono ai massimi da 18 mesi. È il classico “ crowded trade”: tutti sullo stesso lato della barca, pronti a scendere alla prima notizia di cessate il fuoco. Ma, per ora, la tregua non arriva. E il prezzo, come un orologio che corre in avanti, continua a segnare nuovi massimi ogni seduta.

La lezione? Quando la geopolitica prende il volante, i modelli di pricing tradizionali valgono quanto nafta bruciata. Il mercato ha ripreso a parlare il linguaggio dei rischi di coda: probabilità basse, impatti alti. E finché Trump e Khamenei giocheranno a chi fa più paura, il barile resterà ostaggio di un tweet o di un missile. Il prossimo target è 105 dollari. Dopo, non c’è più nessun resistenza tecnica: solo la paura, e il suo prezzo.