Il valencia basket scrive la storia: 7 coppe in 9 anni, il regno è ancora suo
Tarragona — 70-65. Il punteggio sembra un referto medico: è la diagnosi di una dipendenza da vittorie che il Valencia Basket non riesce a scrollarsi di dosso. Domenica sera ha piegato Hozono Global Jairis e ha alzato la settima Copa de la Reina negli ultimi nove campionati. Un dominio così lungo da non avere più bisogno di parole d’ordine: basta il taronja, il colore che da tre stagioni tappezza tutto ciò che si muove nel basket femminile spagnolo.
La dinastia che non conosce coda
Il 7 maggio 2023, sul parquet di Salamanca, il Valencia conquistava la sua prima Liga Femenina. Sembrava un punto d’arrivo: era l’inizio di un’ escalation senza precedenti. Supercoppa, Copa de la Reina, Liga: il triplete 2023-24 è arrivato con la fredda precisione di un’operazione di merger. Perfumerías Avenida, Casademont Zaragoza, Jairis: avversari diversi, stesso copione — si parte, si stacca, si ammazza la partita con un parziale di 12-0 nel terzo quarto.
La stagione 2024-25 è iniziata con un incidente di percorso: eliminazione ai quarti di Copa de la Reina e Supercoppa persa ad Huesca. Primi segni di crepuscolo? Illusione. Il Valencia ha risposto come fa un banco di prova: ha vinto la Liga per il terzo anno consecutivo e, domenica, ha ristampato il manifesto del potere targato Taronja. La partita è stata brutta, sporca, nervosa: proprio il tipo di guerra che le squadre normali perdono e le dinastie no.

Il segreto non è nei soldi ma nel metodo
Non esiste budget pubblico, ma fonti di club parlano di un roster tra i tre più cari della Liga. Il punto, però, è un altro: il Valencia ha trasformato la rotazione in scienza esatta. Dodici giocatici, nessuna diva, tutte obbligate a giocare difesa come se il contratto dipendesse da un recupero in velocità. Quando la stanchezza bussa, entra Robyn Parks e mette la tripla del +7. Se l’avversario prova a correre, la panchina taronja dilata il tempo e lo schiaccia con un 2-3 che stringe come una morsa.
Il risultato è un’asticella che si alza di partita in partita: 70-65 è il punteggio più basso in una finale dagli anni ’90, ma nessuno ha mai avuto l’impressione che il Valencia potesse perderla. Il tabellino è povero di luci: 14 punti di María Araújo, 12 rimbalzi di Joyner Holmes. I numeri non urlano, sussurrano: “Ancora noi”.
Il prossimo nemico si chiama noia
Sette trofei in nove anni generano una forma di sonno collettivo: le rivali arrivano cariche, poi si sciolgono come neve al sole. Perfumerías e Zaragoza hanno cambiato coach, rinforzato il front-court, importato americane di cartellino. Risultato: 4-1 nei play-off, 9-0 nelle finali di Copa. Il vero problema del Valencia non è l’avversario di turno, è la noia da vittoria: quando vinci sempre, l’adrenalina si trasforma in routine e la routine in rischio.
La società lo sa: ha già blindato il contratto di Miguel Méndez fino al 2027 e ha aperto una pipeline con le giovanili per trovare la prossima “cavia” da inserire nel meccanismo. Il prossimo obiettivo? Il triplete-triplete: tre Lighe, tre Copas, tre Supercopas di fila. Impossibile? Chiedetelo a chi ha già scritto l’impossibile per nove volte consecutive.
Il campionato riprenderà tra tre settimane. Il Valencia tornerà a giocare in un palazzetto mezzo vuoto, contro una squadra che ha venduto 400 biglietti. Nessuno ricorderà il 70-65, ma tutti sanno che il tabellone elettronico, prima del salto a due, mostrerà lo stesso colore: taronja. E per il resto della Liga, quel colore è già una sentenza.
