Corey feldman escluso dal tributo a rob reiner: 'è stato come un pranzo di famiglia a cui non ero invitato'
Corey Feldman non c’era. Quando Billy Crystal ha aperto il memorial degli Oscar con un omaggio lungo e commosso a Rob Reiner, il volto di Teddy Duchamp in Stand by Me era lontano dal palco. E ora parla. Senza rancore esplicito, ma con una ferita che si sente.
«È stato come una riunione di famiglia a cui non ero stato invitato», ha dichiarato all’Entertainment Weekly. Parole basse, quasi sussurrate, che però fanno rumore. Perché Feldman non è un qualsiasi ex attore bambino: è l’anima nera di Hollywood, quella che ha raccontato gli abusi, quella che molti preferirebbero dimenticare.
Il palco era pieno, ma qualcosa mancava
Sul palco c’erano Meg Ryan, Demi Moore, Kevin Pollak, Kiefer Sutherland. Tutti volti iconici dei film di Reiner, da The Princess Bride a When Harry Met Sally. Anche Jerry O’Connell e Wil Wheaton, compagni di viaggio di Feldman in Stand by Me, erano lì. Ma lui no.
«Non è che mi sia mancato molto», ha detto. «È stato un attimo. Ma avrei voluto sentire anche la mia voce. Avrei voluto salire anch’io». Un desiderio che suona come un’ammissione: ancora oggi, a 53 anni, Corey cerca il riconoscimento. Non come star, ma come sopravvissuto.

Il progetto saltato per i 40 anni di stand by me
Prima della tragedia, stava prendendo forma un evento per celebrare i 40 anni del film. Reiner avrebbe dovuto partecipare. Feldman parlava di «un ultimo saluto sul grande schermo, dove tutto è cominciato». Ora quel progetto è ridimensionato. «Non ce l’abbiamo fatta a dirgli addio come avremmo voluto», ha ammesso.
Rob e Michele Reiner sono stati trovati morti il 14 dicembre nella loro casa. Il figlio Nick Reiner è accusato di omicidio doppio. Un epilogo orribile, che ha oscurato anche la memoria cinematografica di un regalo che ha raccontato l’America per decenni.

La ombra degli abusi, ancora presente
Feldman non può separare la memoria del regista dalla sua storia personale. Ha denunciato pubblicamente gli abusi subito da bambino. Il suo documentario My Truth: The Rape of 2 Coreys è un atto d’accusa contro un sistema che ha protutto i predatori. E forse è questo che pesa: non solo una mancata chiamata, ma il silenzio che ancora lo circonda.
«Onorare il suo lavoro è l’unico modo che ci resta», ha concluso. «Farlo al cinema, dove tutto ha senso. Dove ancora si può credere che la storia finisca bene». Corey non chiede vendetta. Chiede solo un posto in quella storia. Anche se arriva in ritardo.