intrattenimento

Johannes radebe conquista il west end: quando il ballo è più forte del copione

Il palco del London Coliseum si illumina di una luce rossa sangue. Una botola si apre, una chioma bionda crespa emerge, poi l’intero corpo: tunica scarlatta che scivola come lava, gambi di stivale che si stagliano contro i riflettori. È Johannes Radebe, ex ballerino di Strictly Come Dancing, che per la prima volta calza i tacchi da 12 centimetri di Lola in Kinky Boots. Non serve una frase di presentazione: basta il suo ingresso per far capire perché il pubblico applaude prima ancora che apra la bocca.

Una storia vera trasformata in musical

Il musical – in scena fino all’11 luglio – parte dal film del 2005 ispirato alla fabbrica di scarpe Price & Sons di Northampton, sull’orlo del fallimento finché non decide di produrre stivali di vinile per drag queen. Harvey Fierstein ha scritto il libretto, Cyndi Lauper le canzoni. Il risultato è uno spettacolo che punta tutto sul glitter e poco sulla sostanza: battute spiegate più volte, ritornelli che si ripetono fino a diventare orecchiabili, ma non memorabili. Eppure funziona, perché Radebe balla come se la vita dipendesse da quel passo di samba.

La sua Lola è un personaggio costruito con i muscoli, non con la dizione. Non è un attore formato, e si sente: le note alte arrivano con uno sforzo che diventa parte del personaggio, come se anche la voce stesse imparando a camminare sui tacchi. Ma quando si muove, il teatro tace. Nel numero Sex Is in the Heel scatta un giro di vita che fareva invidia a Tina Turner, mentre nell’assolo Not My Father’s Son si ferma, occhi chiusi, e canta in un silenzio così denso che si odono i respiratori dell’impianto a soffitto. È il momento in cui la maschera cade, e dietro la parrucca bionda spunta il ragazzo di Soweto arrivato a Londra per insegnare al mondo cosa sia charisma.

Il pubblico applaude, la critica storce il naso

Il pubblico applaude, la critica storce il naso

Accanto a lui, Liam Doyle – sostituto d’emergenza di Matt Cardle – interpreta Charlie Price con la cordialità di un vicino di casa costretto a salvare l’azienda di famiglia. Il suo antagonista, Don (Billy Robert), è il classico operaio che odia tutto ciò che non sa pronunciare. Quando i due finiscono sul ring, prima di darsi pugni si scatenano in un pasodoble di trenta secondi che vale più di tutto il resto della sera: è l’unica volta in cui la regia di Nikolai Foster si permette di uscire dal binario del copione e lasciare che il corpo parli.

Il resto è un susseguirsi di paillettes e lezioni di morale spiegate a voce alta: «Accetta te stesso», «Il padre è sempre dentro di noi», «La fabbrica è il futuro». Lo spettacolo non si fida dell’intelligenza del pubblico e preferisce ripetere i concetti due volte, con tanto di sorriso finale per dire che «tutto andrà bene». Funziona, perché la platea vuole essere abbracciata, non sfidata.

Al termine, Radebe riceve una standing ovation prima ancora del bis. Non è il trionfo dell’arte, ma quello della visceralità: il ballerino che diventa star senza chiedere il permesso. Fuori dal teatro, la fila per il merchandising è lunga quanto quella per i taxi. La gente compra magliette rosse con la scritta Lola, anche se nessuno può portarsi a casa il movimento dei fianchi di Johannes. Quello resta sul palco, e forse è giusto così: alcuni numeri non si possono ricucire sul cotone, si possono solo guardare e dimenticare di respirare.