Iran strozza lo stretto: nepal senza benzina, inflazione al 12%

Teheran ha stretto il cerchio. Dall’oggi al domani, il dito sul rubinetto del 20% del greggio mondiale si è chiuso nel Golfo di Oman. Risultato: a Kathmandu la coda per un litro di benzina è più lunga della fila per il pane a Kabul. Il prezzo del petrolio è salito a 115 dollari al barile, +50% da quando i droni hanno cominciato a dipingere il cielo di Gerusalemme di fuoco. E il Nepal, che non ha una barca di riserva, ha appena alzato la pompa a 187 rupie al litro. In dieci giorni.

Il conto arriva da mumbai, ma lo paga chi non ce l'ha

La Indian Oil Corporation è l’unico fornitore di Kathmandu. Finora ha onorato le consegne, ma il bonifico lo fa il Nepal Oil Corporation, e le sue casse sono già al lumicino. Le scorte bastano per dieci, massimo dodici giorni. Poi toccherà al governo decidere: o aumenta ancora i prezzi e rischia sommosse, o continua a vendere sottocosto e affonda la contabilità pubblica. Il ministro delle Finanze ha già ridotto le previsioni di crescita al 3,5%. Una cifra che suona come un epitaffio per un paese che conta sul 24% di Pil dai lavoratori all’estero.

Lo shock non è solo alla pompa. Il trasporto del cemento da India costa il 35% in più, il fertilizzante è introvabile e la semina di mais e riso è a rischio. Il Fondo monetario calcola che ogni +10% sul petrolio aggiunge 0,4 punti all’inflazione e toglie 0,15 alla crescita. Traduzione: se il barile resta sopra i 110, il Nepal si prepara a un inflazione reale del 12% e a una recessione tecnica prima della fine dell’anno fiscale.

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L'acqua del himalaya non basta a spegnere il fuoco

Il piano di emergenza del governo prevede tre mesi di razionamento e un bando alle auto private nei giorni pari. Ma l’unica via d’uscita vera è il same old song: diversificare i fornitori, accelerare i progetti idroelettrici bloccati da anni tra corruzione e dispute sui diritti d’acqua. Peccato che la più grande centrale in costruzione, Arun-3, sia controllata proprio da un’indiana, la Sutlej Jal Vidyut Nigam. Ironia della sorte: per tagliare la dipendenza da Mumbai, Kathmandu dovrebbe chiedere aiuto a Nuova Delhi.

Intanto, i villaggi dell’Himalaya tornano al legno per cucinare. Le foreste protette registrano un aumento del 28% di raccolto illegale in un mese. E i dati dell’export di manopera verso il Golfo, già in calo del 18%, promettono un autunno di rimpatri forzati e mandati di denaro dimezzati. Il Nepal sta imparando che quando il petrolio manca, non si fermano solo le auto: si ferma un intero modello di sviluppo costruito sul flusso di carburante e di uomini verso ricchezza altrui.