Islamabad si candida a ospitare il dialogo segreto tra washington e teheran

La guerra nel Golfo potrebbe fermarsi a Islamabad. Il Pakistan ha annunciato di aver ottenuto l’ok di Stati Uniti e Iran per una tavola di negoziato ancora senza data, ma già battezzata da Ishaq Dar, ministro degli Esteri, come «iniziativa di pace sostenuta da Turchia, Egitto e Arabia Saudita». Nessuna delle due superpotenze ha però confermato la propria presenza. Il silenzio diplomatico è fragrante: da una parte Marco Rubio non firma alcuna nota, dall’altra Teheran smonta l’entusiasmo e definisce la mossa «una cortina fumogena».

Il piano di quindici punti che l’iran ha già cestinato

Il piano di quindici punti che l’iran ha già cestinato

Gli Stati Uniti avevano consegnato ai qom una lista di quindici richieste: stop agli attacchi via proxy, aperture sullo stretto di Hormuz, garanzie sul nucleare. Risposta di Teheran: cinque contro-punti, risarcimenti per i funzionari uccisi e riconoscimento pieno del controllo sullo stretto. Vietato sbandierare compromessi: entrambi i dossier sono stati archiviati in meno di 48 ore. Eppure, per la prima volta, venti navi mercantili pakistane hanno ricevato il via libera iraniano a transitare davanti a Bandar Abbas. Un segnale di distensione? Un gesto calcolato, secondo gli analisti, per alleggerire la pressione internazionale senza cedere sui contenuti.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu intanto ha ordinato l’ampliamento della zona cuscinetto a sud del Libano. I raid sulle postazioni di Hezbollah si intensificano mentre, a Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf avverte: «Le truppe statunitensi sbarcano? Le attendiamo». Il conto dei morti regionale supera già quota 3.000: 1.200 nel solo Libano, 1.900 in Iran, 19 in Israele, 80 miliziani filo-iraniani in Iraq. I prezzi del greggio oscillano, i voli sul Golfo vengono deviati, il fertilizzante costa il 40% in più rispetto a settembre.

Islamabad si candida a mediatore perché può parlare con tutti: è alleato storico degli Stati Uniti, socio commerciale dell’Iran, vicino di casa saudita. Ma la partita è aperta. Se la conferenza dovesse tenersi, servirà più di una stretta di mano per far scendere la tensione. Servirà un accordo sul prezzo del petrolio, sul controllo dello stretto e, soprattutto, su chi esce vincitore da questa crisi. Per ora, l’unico vero vincitore è il caos.