Kenia sangra: 110 morti e nairobi sommersa, l’africa che non resiste più al clima
Nairobi è un lago. Le strade sono diventate fiumi, le case barche alla deriva, i mercati acquari. E il bilancio è un macigno: 110 morti in venti giorni, 30 contee su 47 sott’acqua, tre persone ancora disperse. Il governo ha alzato il contatore lunedì sera, ma nessuno crede che la cifra sia definitiva.
La capitale è un’isola senza soccorsi
Nairobi da sola conta 37 vittime. Il quartiere di Mukuru, baraccopoli costruita su un letto di fango, ha ceduto per prima: case in lamiera piegate come carta, fognature esplose, acqua nera che entra dai tombini. I soccorritori raccontano di aver tirato fuori corpi dalle fogne. Nel resto della città blackout interminabili, acqua potabile contaminata, ospedali in tilt. I supermercati sono stati saccheggati per fame, non per rabbia: la catena di approvvigionamento è già saltata.
Il ministero dell’Interno distribuisce cifre come se fossero bollettini di guerra: 26 morti nella regione orientale, 14 nella Rift Valley, 11 a Nyanza, 6 nella regione centrale. Ma chi controlla i corpi mai registrati? Chi verifica le baracche scomparse nel fango?

La colpa non è solo del cielo
Il Kenya Meteorological Department parla di “racha húmeda prolongada” iniziata a metà febbraio. Traduzione: un mese e mezzo di pioggia costante che ha trasformato il suolo in una spugna satura. Peccato che nessuno abbia pulito i canali di drenaggio da anni. Peccato che le case popolari siano nate sopra corsi d’acqua interdetti. Peccato che il governo, impegnato in una guerra fiscale contro il Fondo monetario, abbia tagliato i fondi per la protezione civile.
Le infrastrutture crollano in diretta: la strada A104, arteria commerciale che collega il porto di Mombasa all’entroterra, è franata in tre punti. Il mercato più grande dell’Africa orientale, Gikomba, è sott’acqua: mezzo miliardo di dollari di merci perse, secondo i commercianti. Le linee elettriche della compagnia Kenya Power pendono come liane, ancora vive, ancora letali.
Il futuro è già arrivato, e somiglia a un bambino affamato
Nel campo profughi di Dadaab, nel deserto del nordest, piove per la prima volta in decenni. Le tende volano via come foglie. Le Nazioni Unite stimano 300 mila sfollati solo nelle zone rurali, ma il dato è prudente: nessuno è ancora andato a contare i villaggi isolati. I prezzi del mais e del fagiolo sono schizzati del 40% in una settimana. L’inflazione alimentare, già al 12%, è un boomerang che tornerà a colpire anche le città europee: il Kenya è il primo esportatore di fagioli e ortaggi freschi verso l’Unione.
I rifugiati somali, i pastori turkana, i contadini kikuyu: tutti mangiano lo stesso piatto di rancore. La prossima guerra civile, se mai dovesse scoppiare, non avrà colore politico. Avrà il sapore di una manciata di riso bagnato.
Intanto le previsioni annunciano un’altra onda di piogge per metà aprile. Il governo ha chiesto aiuto alla World Bank, ma il prestito – se arriva – servirà a ricostruire solo ciò che crollerà la prossima volta. Perché cadrà. E la prossima cifra non sarà 110. Sarà un numero che non entra nei titoli.