Kunar brucia: islamabad colpisce ancora, i morti civili superano i 200

Un morto e sedici feriti, donne e bambini in mezzo. È il bilancio dell’ennesima scarica di mortai pakistani caduta all’alba sui villoli di Asadabad, cuore della provincia di Kunar. Cinque settimane di fuoco, 130 mila anime in fuga, e nessuno che alzi il telefono per dire basta.

Lo scenario è sempre lo stesso: colline brulle, case di fango scortate da orticelli di grano, poi il tuono degli 81 mm e il silenzio rotto dai lamenti. Il portavoce talibano Hamdullah Fitrat ha pubblicato su X le prime immagini: un uomo con la camicia bianca tinta di rosso, una bambina che si stringe un fascio di foglie di mais come se fosse un orsacchiotto. «Altro che precisione chirurgica» ha commentato, «qui si mira alla popolazione, non ai presunti campi del TTP.»

Le cifre che nessuno firma

L’Onu parla di 219 civili uccisi dall’inizio dello scontro, oltre 200 feriti. Kabul sale a 400, Islamabad contrattacca con 641 militanti taliban abbattuti. Nessuna delle due parti firma i propri dati: sono numeri da lancio stampa, non da obitorio. Quel che resta è un cimitero di villaggi fantasma tra Kunar e Nangarhar, dove i contadini hanno smesso di raccogliere persino le mele, troppo esposte ai droni.

L’Unione Europea ha sbloccato 250 mila euro «per 70 mila persone». Fanno circa 3,5 euro a testa: nemmeno il prezzo di un sacco di farina. La Fondazione internazionale per i diritti umani denuncia «perdite economiche ingenti» e «semine di paura»; le autorità pakistane, per ora, tacciono.

Il fronte dimenticato dell’asia

Il fronte dimenticato dell’asia

La guerra cominciata il 26 febbraio nasce da un’accusa: Kabul ospiterebbe il Tehreek-e-Taliban Pakistan, gruppo che Islamabad vorrebbe vedere scomparso. Da allora i due eserciti si scambiano droni e artiglieria come fossero biglietti da visita, mentre i civili restano nel mezzo, ostaggio di un confine tracciato nel 1893 da un diplomatico britannico con la matita e il tè.

La settimana scorsa i projectili hanno sfiorato il centro di Kabul, facendo tremare i vetri delle ambasciate. Alcuni analisti mormorano di «escalation inevitabile», ma nel corridoio del potere occidentale l’argomento è tabù: c’è Ucraina, c’è Gaza, e poi c’è «l’area». Un eufemismo che suona come «altrove».

Intanto i profughi di Kunar dormono sotto teloni di plastica a Jalalabad. «Non vogliamo armi», dice un anziano con la barba color rame, «vogliamo solo che i nostri mulini smettano di bruciare.» I mulini, però, sono diventati bersagli perfetti: grandi, isolati, pieni di grano che prende fuoco bene.

La guerra tra Afghanistan e Pakistan è una partita a scacchi su una scacchiera di carne. I pezzi muoiono, i giocatori cambiano strategia, ma il tavolo resta sempre lo stesso: montagne di fango, fiumi di gente. Finché l’Occidente continuerà a guardare altrove, i morti continueranno a viaggiare in bare di leggero compensato, senza nemmeno un numero di serie da ricordare.