Kuwait ruggisce: seconda nota di protesta all'iraq per i raid iraniani dal suo territorio
Kuwait City scarica sul tavolo del diplomatico iracheno una seconda carta di fuoco: «Basta usare il nostro territorio come poligono di tiro». Il vice ministro degli Esteri, Aziz Rahim Al Dihany, consegna personalmente la protesta a Zaid Abas Shanshul e invoca l'articolo 51 della Carta ONU: diritto di autodifesa, casus belli già scritto.

La frase che fa tremare i mercati del golfo
«Ogni attacco da suolo iracheno è aggressione alla sovranità di Kuwait, violazione del diritto internazionale, aggressione alla nostra economia». Parole grosse, perché dietro c'è il 10% del petrolio mondiale che transita da quelle acque. E se la sicurezza di Kuwait vacilla, il prezzo del greggio sale come un razzo.
Lo scenario è noto: milizie filo-iraniane delle Forze di Mobilitazione Popolare, in particolare le temibili Kataib Hizbullah, usano basi irachene per lanciare droni e razzi verso obiettivi americani. Risposta di Washington? Bombardamenti a catena. Effetto collaterale: qualche drone finisce anche sopra Kuwait City, e il piccolo emirato si sente in mezzo al tiro al piccione.
Lo stesso Pentagono, in background, ammette: «La catena di comando irachena non riesce a tenere sotto controllo le milizie». Tradotto: il governo di Baghdad sa, vede, ma non può. O non vuole. Il risultato è che Kuwait chiede «misure concrete e immediate» per «dissuadere gli aggressori». In diplomatese: fermali tu, o lo facciamo noi.
Il timing è esplosivo. Nei prossimi giorni è attesa una nuova ondata di attacchi iraniani in risposta agli omicidi di generali a Teheran. Se qualche drone dovesse partire ancora da ovest del confine, Kuwait potrebbe invocare la clausola di difesa collettiva del GCC: 40.000 soldati sauditi, qatariati ed emirati pronti a entrare in scena. E l'Iraq, già fragile, rischia di spaccarsi in due.
Conclusione: una nota di protesta non è mai solo carta. È l'inizio di un countdown. E il conto alla rovescia è già partito.
