La casa bianca difende le preghiere per i soldati: scontro con papa leone xiv
Washington risponde al papa. La casa bianca ha difeso a spada tratta il diritto di invitare gli americani a pregare per i militari impegnati nella guerra contro l’Iran, dopo che papa Leone XIV ha affermato che Dio non ascolta chi fa la guerra. Un confronto che ha il sapore di un duello teologico-politico in piena campagna elettorale.
La replica secca di karoline leavitt
La portavoce Karoline Leavitt non ha usato mezzi termini: «Non c’è nulla di male nel chiedere al popolo americano di pregare per chi serve il paese all’estero». Una frase che suona come un ordine del giorno, ma anche come una presa di distanza netta dalla omelia di domenica, quando il papa americano ha urlato: «Depongano le armi, ricordino che sono fratelli!»
Leavitt ha tirato in ballo la storia: «Gli Stati Uniti sono nati 250 anni fa su valori giudaico-cristiani, e le preghiere per le forze armate sono tradizione». Una tradizione che, secondo lei, ha attraversato guerre civili, due conflitti mondiali e l’11 settembre. «Se parlate con un soldato, vi dirà che le preghiere contano», ha insistito, come a voler trasformare un gesto religioso in morale nazionale.

Il papa che non si fa consolare
Dall’altro lato della frontiera simbolica, papa Leone XIV – il primo pontefice nato a Chicago – ha ribadito che Dio «non può essere usato per giustificare alcun conflitto». Un’affermazione che, in tempo di guerra, suona più politica che pastorale. E che ha scatenato la reazione della casa bianca, pronta a difendere la sacralità della missione militare.
Lo scontro è anche interno: da una parte la teologia della non-violenza, dall’altra la religione civile americana, dove la preghiera e la bandiera viaggiano nella stessa valigetta. Il risultato è un crescendo di dichiarazioni che, in fondo, raccontano una tensione più profonda: chi ha il diritto di parlare in nome del cielo, e chi in nome della patria?
La risposta, almeno per ora, è appesa a un filo di rosario e a una divisa mimetica.
