La corte di strasburgo condanna mosca: il caso dmitriev fa tremare il cremlino

Il Tribunale europeo dei diritti dell’uomo ha appena scaricato una sentenza-bomba sul tavolo del Cremlino: colpevole per aver tenuto troppo a lungo in cella Yuri Dmitriev, lo storico che ha fatto uscire dalle fosse di Karelia i nomi delle migliaia di vittime del Grande Terrore stalinista. Duemila euro di risarcimento, una boccata d’ossigeno per il ricercatore, ma soprattutto un’onta giudiziaria che inchioda la Russia anche dopo l’espulsione dal Consiglio d’Europa.

La prigione infinita di chi scavava nei segreti di stalin

Dal dicembre 2016 all’appello del 2020, Dmitriev è passato da indagato a ergastolo narrativo: 13 anni di carcere per accuse di violenza sessuale sulla figlia adottiva, un capo d’imputazione che a Strasburgo è sembrato un abito cucito addosso per imbavagliare l’uomo che sapeva troppo. La Corte ha storto il naso sui 14 mesi di custodia cautelare prorogati senza motivi «pertinenti e sufficienti», e ha stracciato l’udienza d’appello dove il suo avvocato di fiducia è stato sostituito all’ultimo secondo da un difensore d’ufficio con i tempi di preparazione di un espressino.

Pecca di leggerezza, però, la tesi del persecuzione politica. I giudici hanno rigettato la ricostruzione da complotto: nessuna prova che il processo fosse un cappio ideologico, hanno scritto, solo un’indagine penale «comune». Traduzione: il Krem­lino non ha bisogno di ordini scritti per far fuori chi scava nel passato sovietico; basta la macchina giudiziaria che gira a vuoto, lenta e indolente, finché il detenuto non soccombe.

Il lato finlandese della vergogna

Il lato finlandese della vergogna

Karelia è un lembo di foreste e ghiacciai dove la memoria fa rumore di fucili. Dmitriev ci ha passato gli anni a cartografare le fosse comuni di Sandarmokh, a etichettare ogni teschio con nome e data di fucilazione. Senza di lui, quel territorio sarebbe ancora un anonimo spiazzo di muschi e betulle; con lui, è diventato un cimitero a cielo aperto che Mosca preferirebbe dimenticare. L’Unione Sovietica ci seppellì 9.320 «nemici del popolo» tra il 1937 e il 1938; la Russia di oggi ci seppellisce chi cerca di raccontarlo.

La sentenza arriva a tre anni di distanza dal 24 febbraio 2022, data in cui la Russia è stata espulsa dal Consiglio d’Europa e la Convenzione europea è diventata per Mosca carta straccia. Eppure Strasburgo mantiene la giurisdizione sui fatti antecedenti, un retromarcia giuridico che lascia spiragli per future condanne. Il rischio per il Cremlino è un archivio di sentenze che, sommate, disegnano il ritratto di un sistema giudiziario usato come manganello.

Duemila euro sono spiccioli per un uomo che ha perso la libertà, la reputazione e forse la salute. Ma la cifra è un’impronta: la prima volta che la Russia viene dichiarata responsabile del trattamento di un suo storico dissidente dopo l’invasione dell’Ucraina. È un precedente che apre il vaso di Pandora per decine di ricorsi simili bloccati nei cassetti della Corte. E, soprattutto, è un monito: chiunque domani scavi nel passato sovietico sa già che il prezzo da pagare non è solo accademico. È la cella.