La corte scardina la 'legge bavaglio' del tabasco: niente più carcere per chi protesta

Il 24 marzo la Suprema Corte di Messico ha strappato via dal Codice Penale del Tabasco la frase che trasformava ogni striscione in una minaccia da sei anni di galera. È bastato un colpo di penna per far saltare l'articolo 160 Bis, nato ufficialmente per colpire il crimine organizzato ma finito per puntare il mirino su studenti, sindacalisti e attivisti ambientali.

La formula magica del silenzio

«O qualsiasi manifestazione pubblica che alteri la pace e l'ordine». Questa dicitura, incastrata nel testo nel 2025, era un coltellino svizzero giuridico: poteva tagliare la voce a chiunque appendesse un lenzuolo, dipingesse un cartello o semplicemente alzasse lo sguardo. La multa era salata: fino a 500 volte il valore giornaliero dell'Unità di Misura, cifra che per un lavoratore medio significa indebitarsi per dieci anni. Il giudice capo Loretta Ortiz Ahlf ha spiegato su X che «una legge così vaga serve a trasformare la critica in reato». Detto fatto: il principio di tassatività penale – la regola per cui il cittadino deve poter leggere e capire cosa è illecito – ha fatto crollare il castello di carte.

La Corte ha ordinato l'invalidità retroattiva. Traduzione: ogni processo nato da quella norma si è sgretolato come pane raffermo. E chi già scontava pena può chiedere la revisione del caso. Il messaggio è chiaro: lo Stato non può usare il codice penale come cappio per chi dissente.

Il boomerang della paura

Il boomerang della paura

Il governo del Tabasco aveva promulgato la norma per rispondere ai narcocomunicati che comparivano sulle autostrade. Peccato che, nel testo finale, la parola «narco» non comparisse mai. Risultato: il procuratore otteneva il potere di decidere lui cosa fosse «ordine pubblico» e cosa no. La Commissione nazionale per i diritti umani ha calcolato che, in dodici mesi, le denunce per «manifestazioni non autorizzate» erano aumentate del 240%. Tre casi su quattro riguardavano insegnanti che chiedevano stipendi arretrati.

La sentenza non è un capitolo chiuso, è un campanello d'allarme per gli altri 31 stati. Il panorama penale messicano è pieno di clausole simili, nate con la scusa della sicurezza e cresciute come funghi tossici. Ora ogni governatore sa che può arrivare la Corte a bussare alla porta.

Il dato che fa tremare i palazzi di vetro: dal 2025 al 2026 le inchiesta per «alterazione dell'ordine» sono state 1.847. Quelle che hanno visto condanne definitive: zero. I numeri parlano più delle interviste: la paura era l'unico vero obiettivo.

La piazza resta piazza

La piazza resta piazza

Con un'unica pronuncia la Corte ha restituito ai cittadini ciò che non si misura in pesos: la certezza di poter gridare senza finire in gattabuia. Il prossimo 15 maggio, giornata nazionale dell'insegnante, le strade del Tabasco potrebbero tornare a riempirsi di cartelli senza che dietro ogni cartello ci sia un'auto della polizia. E se qualche procuratore proverà a riproporre norme clone, sa già che il presidente della Corte, Arturo Zaldívar, ha avvertito: «Non passeranno neanche in carta carbone».

La lezione è cruda: quando lo Stato usa il codice penale come strumento di controllo sociale, prima o poi la democrazia restituisce il conto. A Tabasco il conto è arrivato in meno di un anno. Ora tocca agli altri stati fare i conti con le loro «leggi bavaglio» prima che la Corte bussi di nuovo. Perché, come ha ricordato la Ortiz Ahlf, «le piazze non sono un privilegio, sono un anticorpo». E gli anticorpi non si mettono in galera.