La flotta spagnola minaccia di fermarsi: il gasolio caro affonda la pesca
Il motore del Golfo di Cadice rischia di spegnersi. A Madrid, mentre il prezzo del gasolio marino esplode per la tensione con l’Iran, le associazioni di pescatori mediterranei e andalusi preparano l’amarre collettivo. Non è uno sciopero simbolico: è la resa di chi, uscendo in mare, perde soldi ogni miglio.
Javier Garat, segretario generale di Cepesca, lo dice senza mezzi termini: «Le barche non escono più, perché ciò che torna in rete non paga nemmeno il carburante». La Federazione Nazionale delle Confraternite di Pescatori (FNCP) non parla ancora di sciopero nazionale, ma Basilio Otero conferma che «ogni comandante, ogni mattina, fa i conti sul retro del pacchetto di sigarette». E troppo spesso la risposta è: non vale la pena.

Il governo promette aiuti, ma arrivano a settembre
Il ministero dell’Agricoltura ha annunciato un contributo straordinario, le prime risorse arriveranno tra sei mesi. «Inutile», tuonano i porti. Serve un taglio immediato al gasolio, «al distributore», come lo definisce Otero. Altrimenti la flotta resta attraccata. Il Cantabrico è già in crisi nera: la caballa (locale la chiamano verdel) è scomparsa dai sonar. Le reti tornano vuote, i bilanci affondano.
Bruxelles ci ha messo del suo: il commissario europeo alla Pesca, Costas Kadis, ha promesso di sbloccare il Fondo Europeo Marittimo e per la Pesca (FEMPA). Garat lo definisce «indispensabile», ma avverte: «Serve l’ok entro maggio, altrimenti i soldi resteranno solo sulla carta». Intanto, a La Palma, a Algeciras e a Barcelona gli ormeggi si moltiplicano. Le immagini dei rimorchiatori fermi, con le bandiere a mezz’asta, fanno il giro dei telefoni degli armatori prima ancora dei telegiornali.
La guerra in Medio Oriente ha trasformato il mare in un bancomat che si mangia il conto in banca. Il gasolio è salito del 40% da gennaio: per un peschereccio medio significa 8 000 euro in più al mese. Nessuna rete, per quanto larga, può pescare quei numeri. E così la Spagna rischia di importare anche il pesce che fino a ieri sbarcava da sé. «Se non cambia qualcosa, tra un anno compreremo il tonno congelato in Perù e lo pagheremo in dollari», dice un comandante ancorato nel porto di Vigo.
La partita si gioca tutta in settimana: se il governo non trova la chiave per abbassare il prezzo alla pompa, il 10 aprile la flotta potrebbe restare in banchina. Non sarà uno sciopero, ma una resa economica. E il Mediterraneo, per la prima volta, avrà il silenzio dei motori come colonna sonora.
