La guerra all'ombra del petrolifero manda l'inflazione tedesca a +2,7%

Un punto e mezzo in trenta giorni. L'inflazione tedesca è tornata a correre e lo fa con la furia di chi sente puzza di benzina bruciata. A marzo il tasso ha toccato il 2,7%, il massimo da ottobre, trainato da un balzo dei prezzi dell'energia del 7,2%. La scintilla? Il 28 febbraio, quando Washington e Tel Aviv hanno aperto un nuovo fronte contro l'Iran e l'Ormuz – il cancello d'ingresso di un quinto del petrolio mondiale – è diventato un vicolo cieco.

I numeri che fanno tremare francoforte

Destatis ha pubblicato i dati flash lunedì mattina e già alle 10 le previsioni dei broker volavano. L'indice di base, quello che stacca alimentari ed energia per evitare il rumore, è salito comunque al 2,5%. Un segnale chiaro: la pressione sui listini non è solo questione di barili, ma si sta insinuando nei servizi (+3,2%) e nei beni (+2,3%). Anche al supermercato le etichette si sono mosse: +0,9% su base annua, poco se paragonato alla benzina, abbastanza per farsi sentire nelle tasche delle famiglie.

È la prima volta, dopo quattordici mesi di cali o timidi rialzi, che l'eneria torna a crescere in doppia cifra. A febbraio il settore segnava ancora -1,9%. Poi è arrivata la notte del 28 febbraio e i contratti future del Brent sono schizzati di oltre sei dollari in quarantotto ore. Le raffinerie tedesche, già in affanno per la manutenzione primaverile, hanno trasferito il costo alle stazioni di servizio in meno di una settimana.

Perché la bundesbank ora teme un effetto domino

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Il danno non è solo termico. Il rialzo dell'inflazione riduce lo spazio di manovra alla BCE, che attendeva un allentamento dei prezzi per valutare il primo taglio dei tassi. Ora il differenziale con la media eurozona, ferma al 2,4%, rischia di trasformarsi in un cuneo politico. I sindacati tedeschi hanno già annunciato nuove assemblee per rivendicare aumenti salariali, mentre i ministri dell'economia di Länder industriali chiedono compensazioni per le imprese energivore.

La storia, per chi l'ha seguita sui grafici, si chiude con un'amara ironia: dopo aver trascinato l'Europa fuori dalla recessione grazie alla sua industria, la Germania è la prima a tremare davanti a un conflitto che non l'ha mai coinvolta direttamente. Il petrolio, come sempre, non guarda i confini: scorre, brucia e lascia il conto a chi è più vicino al bancomat.