La megattera del baltico lotta contro il tempo: oggi sarà il giorno della verità

È un lunedì di sabbia bagnata e cielo basso, a Wismar. Sotto la superficie grigiastra del Baltico, una megattera di 12 metri respira una volta ogni quattro minuti. Non emette più canti. I suoi polmoni, enormi, sembrano macchine che arrancano. Se non trova il coraggio di nuotare verso il Nord prima del tramonto, i tecnici dovranno decidere se ricominciare l’inferno di draghe e cavi, oppure lasciarla morire dove è nata la leggenda di Moby Dick.

Il silenzio che scotta più del ghiaccio

Burkard Baschek, direttore del Museo Tedesco del Mare, ha parlato di «giornata decisiva» evitando la parola «ultima». La scelta è studiata: ammettere la resa significherebbe ammettere che tre settimane di sforzi – draghe, sonar, volontari in muta stagna – sono servite a poco. E invece no, non ancora. «Questo pomeriggio l’alta marea le regala altri 30 centimetri», spiega Baschek. «È più di qualsiasi operazione meccanica.»

La verità è che l’animale è allo stremo. La frequenza respiratoria è crollata. I suoi richiami, un tempo uditi a chilometri di distanza, sono diventati sussurri. Till Backhaus, ministro dell’Ambiente del Mecklenburg-Pomerania Anteriore, ha raccolto i dati medici: «Respira ogni 240 secondi, la voce è quasi sparita». Tradotto: il cetaceo sta sparendo anche prima di morire.

La trappola che non ha nome

La trappola che non ha nome

La megattera è qui dal 3 marzo. Prima incagliata a Travemünde, poi liberata da un canale scavato a forza di draga. Ha rischiato il Nord, ma la costa ha riaperto la sua morsa. Ora galleggia tra banchi di sabbia a 200 metri dalla riva, troppo poco per una creatura che ha bisogno di 40 metri di profondità per invertire la rotta. «È come chiedere a un aereo di decollare da una pista di 50 metri», dice un biologo della fondazione Oceanic, presente sul posto.

Il piano attuale è paradossale: lasciarla sola. Nessun avvicinamento, nessuna corda. L’idea è che il silenzio umano le restituisca energia. Ma il silenzio, oggi, è già troppo. I volontari si sono allontanati. I droni volano lontani. Resta solo il cigolio dei gabbiani e il ticchettio degli ossigeno-misuratori.

Se il mare non basta

Alle 18:30 la marea raggiungerà il picco. Se la megattera non sfrutta quel soffio di acqua per superare il banco di sabbia a est, sarà buio anche per lei. I tecnici hanno preparato un piano B: una rete di 800 metri, rimorchiatori e anestesisti veterinari. Costo: 400 000 euro. Probabilità di successo: «Sotto il 20 per cento», ammette Backhaus. «È un animale da 30 tonnellate. Non è un cucciolo da salvare con una coperta.

Intanto, sul molo, una bambina tiene un cartello: «Nadine – questo è il nome che le hanno dato i ragazzi delle scuole – torna a casa». La casa, però, è a 1 200 chilometri nord, dove l’acqua è fredda e le correnti portano banchi di krill. Qui ci sono cartine stradali, gelaterie e un acquario che ospita uno scheletro di balena finita nella stessa trappida 150 anni fa.

Il conto alla rovescia è cominciato

Alle 17:00 il sole comincerà a calare. I riflettori del porto si accenderanno, riflettendosi sull’acqua come una scenografia d’opera. A quell’ora si saprà se Nadine ha trovato la forza di spaccare la superficie con la coda, o se resterà lì, muta, a ricordarci che il Baltico è diventato un lago salato con l’ingresso troppo stretto per i giganti del pianeta.

La storia non ha eroi. Solo numeri: 27 giorni di agonia, 2 tentativi di fuga, 0 certezze. E una sola certezza nuova: se anche questa sera la coda non si solleverà, domani il silenzio non sarà più solo suo.