La rete si spegne e la piazza trema: 20 arresti a mosca per un like condiviso

Mosca — Venti persone portate via in manette mentre scattava il coprifuoco digitale. La protesta era contro il muro eretto da mesi dal Cremlino sui social, ma la risposta è arrivata prima ancora che qualcuno potesse alzare la voce: arresti preventivi, minacce di stupro, avvocati impediti. È il bilancio di una giornata che fotografa la Russia che non si vede in tv.

Il 30 marzo le autorità avevano già detto no a ogni autorizzazione in trenta città. Bolotnaya, la piazza simbolo delle manifestazioni del 2012, era blindata. Gli agenti – alcuni in borghese, altri con il casco nero – hanno circondato i gruppi appena radunati. Ovd-info, l’osservatorio che monitora la repressione, ha contato 14 fermi solo nella capitale. San Pietroburgo: minaccia collettiva ai ragazzi presenti in piazza Lenin, «andatevene o finite tutti dentro». Novosibirsk e Voronež: identificazioni e via in cella. Il più giovane ha 16 anni.

La bandiera libertaria che è diventata reato

A Voronež un attivista si è presentato da solo, striscione di stoffa: «Basta blocchi, basta censura». È durato il tempo di aprirlo: è finito in una Lada grigia con i finestrini oscurati. Testimoni raccontano di pestaggi in commissariato e di interrogatori con la minaccia di «passare il turno» se non si consegnavano le password del telefono.

Il copione si ripete: negato l’accesso agli avvocati, telefoni confiscati, fotografie cancellate. Un ragazzo di 19 anni è uscito dopo sei ore con un livido viola sull’arcata sopraccigliare. «Hanno detto che è solo l’inizio», racconta a NuoveFrontiere senza voler dare il nome, «e che Telegram la prossima volta non basterà a salvarci».

Il 1º aprile telegram diventerà un miraggio

Il 1º aprile telegram diventerà un miraggio

La piattaforma di Pavel Durov è nel mirino da mesi. Roskomnadzor, il regatore delle comunicazioni, la accusa di rifiutare l’archiviazione dei dati su server russi. Traduzione: non consegna le chat ai magistrati. Il 1º aprile scatterà il blocco «tecnico e definitivo», secondo le agenzie filogovernative. Gli utenti si sono già mossi verso VPN e app oscure, ma la rete mobile continua a calare a singhiozzo in diverse regioni: «Manutenzione» dicono gli operatori, «pressione politica» dicono gli esperti.

La guerra in Ucraina ha trasformato ogni dissenso in potenziale propaganda nemica. Le leggi sul «fake news» militare hanno portato a 7.500 denunce in un anno. Ora il bersaglio si allarga: chi protesta per la censura rischia la stessa accusa di chi diffonde «notizie false» sul fronte. Il cerchio si stringe.

Intanto il Kremlino annuncia nuove misure per la «sicurezza informatica»: router domestici controllati, piattaforme esterne tassate, canali YouTube con più di 100 mila iscritti obbligati a registrarsi come «agenti stranieri». Il prezzo di un like è aumentato: può costare 15 giorni di cella o, per i minorenni, l’ammissione a un «corso di rieducazione patriottica».

La notte di Mosca è tornata silenziosa. Bolotnaya è vuota, ma sui muri compaiono nuovi sticker: un paper-plane stilizzato, il logo di Telegram, e la scritta «Non spegneteci la voce». Quando anche quel messaggio verrà cancellato, resterà solo il rumore dei passi dei poliziotti che pattugliano a ciclo continuo. Perché in Russia, adesso, la piazza è virtuale ma le manette restano di ferro.