La suprema corte spedisce al congresso il dossier manzur: giuramento in carcere o sedia vuota?
Colpisce come un pugno nello stomaco la lettera di dieci pagine che la Sala di Istruzione della Corte Suprema ha consegnato al Congresso colombiano. Dentro non c’è una sentenza, ma una domanda che scotta: Wadith Manzur può giurare il seggio al Senato mentre è rinchiuso a La Picota per lo scandalo della Ungrd?
L’avvocato araújo forza la mano: «ditemi come si fa»
Francisco Javier Araújo, difensore del conservatore Manzur, ha spinto l’alto tribunale contro il muro. Ha chiesto regole chiare: «Se il mio cliente è innocente fino a prova contraria, perché la prigione dovrebbe trasformarsi in una barriera di ferro contro il mandato elettorale?».
La Corte, in sostanza, ha rispolverato un vecchio trucco costituzionale: «Spetta a voi, legislatori, decidere se farlo venire in plenaria scortato dal Escuadrón de Transporte Especial oppure lasciare la poltrona vuota fino a nuovo ordine». Nessun precedente vincolante, solo un vuoto normativo che ora il Congresso dovrà colmare in fretta.
La chiave è la “silla vacía”, la stessa arma usata per immobilizzare Manzur quando era ancora deputato. Lì la Camera ha già votato la sospensione automatica. Al Senato, invece, la maggioranza di coalición de gobierno trema: togliere il seggio significherebe ammettere che l’indagine Ungrd può decapitare l’intera bancata conservatrice.

Il conto alla rovescia parte da oggi
Il presidente del Senato, Iván Name, ha 30 giorni di tempo per convocare la plenaria e mettere ai voti il regalo avvelenato arrivato dalla Corte. Se dice sì al giuramento, Manzur otterrebbe uno scatto di immunità parziale che complicerebbe l’estrategia dei pm anti-corruzione. Se dice no, apre le porte a un ricorso immediato che finirà di nuovo sul tavolo dei giudici, ma stavolta con l’aria di un caso político che sa di vendetta.
Intanto, la Procura continua a raccogliere prove sul presunto giro di mazzette da 15 milioni di dollari per i contratti di emergenza post-Huila. Una cifra che, ridistribuita, avrebbe fruttato a ogni parlamentare coinvolto lo stipendio di 30 anni di lavoro onesto. La cifra parla da sé.
La partita si chiuderà in un corridoio blindato: o con un senatore in toga che giura dietro le sbarre, o con una poltrona vuota che urla più di mille interrogatori. In entrambi i casi, il messaggio è arrivato: il palazzo legislativo non può più nascondersi dietro il velo dell’“automatismo costituzionale”. Da oggi, ogni scelta sarà una dichiarazione di guerra o di resa.
