La xunta scommette sul 'tutto' per il pazo di meirás e frena la memoria democratica
Il presidente della galizia, Alfonso Rueda, ha spento sul nascere la richiesta di un museo della memoria democratica dentro al Pazo di Meirás. Il piano di utilizzo che la Xunta stima di rendere pubblico entro l’estate, ha detto lunedì, «non racconterà solo una parte» della storia del maniero, ma «l’intera sequenza».
L’affondo arriva dopo mesi di pressioni da parte di associazioni memorialiste e partiti d’opposizione che chiedono uno spazio esplicito dedicato alle vittime del franchismo. La risposta di Rueda è stata una chiusura netta: «Non si può pretendere di raccontare solo un episodio». Per il leader del PP galiziano, il Pazo è un palinsesto stratificato: la ricostruzione ottocentesa voluta da Emilia Pardo Bazán, la confisca durante la guerra civile, la villeggiatura estiva di Francisco Franco per quattro decenni e, infine, la devoluzione allo Stato nel 2018. Saltare un capitolo, ha avvertito, «equivarrebbe a strappare le pagine di un libro».

Il piano che non si è mai visto
Il contenuto del nuovo piano resta un’arma a doppio taglio: lo conoscono in pochi, lo temono in molti. L’unica anticipazione ufficiale è che partirà dalla bozza del 2020, che prevedeva laboratori per artisti, residenze e un centro di documentazione sulla cultura galiziana contemporanea. Nessuna menzione esplicita a un percorso sulla repressione. Il ministero della Cultura, che ha dichiarato il Pazo ‘lugar de memoria democrática’ nel 2021, può solo osservare: la competenza sul futuro del bene è passata alla comunità autonoma dopo la firma del convenio di gestione.
Intanto, i memorialisti preparano la controffensiva. La Asociación para la Recuperación da Memoria Histórica annuncia una campagna di raccolta firme per imporre un emendamento al piano. Il loro obiettivo: almeno un’ala del maniero dedicata alle 4.300 denunce di crimini di guerra ancora in fase d’istruttoria in galizia. «Non chiediamo un monumento, ma un luogo di verità», dice il portavoce Marcos Peña, «altrimenti il Pazo resterà solo una bella casa coloniale con firme d’artista».
Il vero nodo è il calendario. Le opposizioni temono che la Xunta possa approvare il documento in silenzio durante l’agosto, quando la città di Santiago è semivuota. Rueda, dal canto suo, non ha fissato una data ma ha promesso «rispetto per tutte le sensibilità». Un equilibrio che, per ora, sembra tradursi nel mantenimento del statu quo: niente trauma, niente pentimento. Solo una nuova stagione di mostre e residenze, mentre l’ombra del Caudillo continua a circondare le quattro torri del Pazo.
La cifra è tonda e gelida: 42 anni di dittatura dentro un edificio che oggi vuole dimenticare. La Galizia corre il rischio di trasformare il suo passato in un’opera d’arte senza didascalia. Il pubblico, alla fine, pagherà il biglietto per entrare. Ma non troverà la trappola della memoria, solo un bel giardino con vista sul mare.
