L'afghanistan affonda sotto i diluvi: 42 morti e intere province tagliate fuori dal mondo

Kabul – Le nuvole non smettono di sputare acqua da cinque giorni e l’Afghanistan conta i suoi morti come si contano i sassi in un fiume in piena: 42, con 66 feriti e intere famiglie costrette a dormire sotto il cielo aperto. La furia dei temporali ha colpito 19 province, spazzando via case, campi, pozzi e perfetti capi di bestiame, l’unico risparmio di chi non ha mai avuto una banca.

Il bilancio sale di ora in ora

L’ultimo aggiornamento dell’ANDMA, l’autorità di gestione disastri, è arrivato martedì sera: 14 morti e 17 feriti solo nelle ultime 24 ore. Un crollo di fango e acqua che si somma alle 28 vittime già registrate tra il 26 e il 30 marzo. Le cifre parlano chiaro: 500 abitazioni ridotte a mucchi di mattoni fradici, 600 famiglie senza un tetto, 284 ettari di coltivazioni sommersi, 244 capi di bestiame morti, decine di pozzi e reti idriche inghiottiti dalla terra. Un intero patrimonio rurale cancellato in meno di una settimana.

Le strade? Un ricordo. 93 chilometri di asfalto e ghiaia sono stati cancellati, isolando villaggi che già faticavano a vedere un passante. Le province più colpite – Nangarhar, Kunar, Laghman – adesso sono isole di fango. I soccorsi partono, ma arrivano a stomaco vuoto: le valutazioni complete dei danni sono ancora in corso, mentre le squadre di emergenza distribuiscono coperte e acqua con le mani che tremano per la fretta.

Il ciclone di povertà che nessuno ferma

Il ciclone di povertà che nessuno ferma

Non è solo la pioggia a uccidere. È la povertà che rende ogni goccia un proiettile. L’Afghanistan, già piegato da decenni di guerra e da un’economia in fibrillazione, non ha mai avuto i fondi per costruire fognature decenti né reti di allerta precoce. Il cambiamento climatico, qui, non è un hashtag: è una valanga di fango che ti entra in casa mentre dormi. Le autorità meteorologiche avvertono: piogge intermittenti fino a venerdì. Tradotto: il conto dei morti potrebbe ancora salire.

Intanto, l’ONDA segnala che il 90% della popolazione rurale vive sotto la soglia di povertà. Un dato che non fa rumore, ma che oggi urla più tuona. Le famiglie colpite non aspettano aiuti umanitari: aspettano un buco nel cielo. E invece, nelle prossime ore, le nuvole torneranno a caricarsi d’acqua come fucili pronti a sparare.

L’ultima immagine è quella di un bambino di Jalalabad che, intervistato da un volontario, stringe tra le mani un capretto morto e dice: «È il nostro conto in banca». La cifra, stavolta, parla davvero per sé.