Lettonia entra nel tribunale sull'aggressione a kiev: la giustizia si avvicina a mosca

È firmata. È ufficiale. È irrevocabile. Lettonia ha appena siglato il suo nome sull’atto fondativo del Tribunale Speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, quella casella che fino a ieri era ancora vuota e che oggi inchioda Mosca a un banco degli imputati sempre più stretto.

La notizia è arrivata via X dalla ministra degli Esteri Baiba Braže, con la sintesi glaciale di chi sa di aver appena cambiato il gioco: «Lettonia è membro fondatore». Riga non ha neppere aspettato la visita di martì a Kiev: ha voluto anticipare il gesto, blindarlo, renderlo pubblico prima ancora di mettere piede in Ucraina.

Il ringraziamento di kiev e il conto che si gonfia

Ad accoglierla ci sarà Andrij Sibiga, il capo della diplomazia ucraina che le ha risposto sempre su X con una frase che è mezzo commiato e mezzo promessa: «Apprezziamo il coraggio di Lettonia. Il Tribunale è un passo verso il conto finale». Tradotto: ogni firma è una trave in più nel patibolo che si sta costruendo intorno a Putin e al suo cerchio di sicurezza.

Il Tribunale, nato nell’ombra del Consiglio d’Europa a giugno 2025, non è una Corte penale internazionale 2.0. È qualcosa di più mirato: può perseguire solo il crimine di aggressione, quella decisione politica o militare che ha trasformato un confine in un campo di battaglia. La CPI dell’Aja può occuparsi di morti, stupri, deportazioni, ma non può toccare chi ha dato l’ordine di partire. Questo nuovo tribunale sì.

Otto paesi contro il cremlino

Otto paesi contro il cremlino

Sibiga ha svelato il numero che fa più rumore: otto Stati hanno già aderito all’Accordo Parziale Allargato, il trattato che funge da ossatura operativa del Tribunale. Otto, prima di Lettonia. Ora nove. E la lista, dicono dietro le quinte, è in espansione: Estonia e Lituania stanno limando gli ultimi dettagli, la Polonia ci pensa su un foglio già firmato in calce, la Repubblica Ceca ha promesso l’ok entro l’estate. In Europa si respira aria di caccia grossa.

Il reato di aggressione, per chi ha dimenticato i manuali, non è un’invenzione processuale: è scritto nero su bianco nella Carta dell’ONU, articolo 2, comma 4. Chi lo viola rischia il banco degli imputati, anche se indossa la fascia presidenziale. E qui sta il punto: il Tribunale può mettere sul banco chiunque, politici o generali, purché la catena di comando sia dimostrabile. Non serve un cadavere sul tavolo, basta la firma su un ordine.

La visita di Braže a Kiev è già leggenda diplomatica: porterà con sé un dossier tecnico sui danni, una ventina di progetti di ricostruzione e, dicono, una copia autografata dell’adesione. Simbolo contro simbolo. Il Cremlino, intanto, non ha ancora risposto. Nessuna nota, nessuna minaccia, nessuna telefonata. Il silenzio è la prima forma di paura.

Il conto si fa più saldo ogni mattina. E Lettonia ha appena aggiunto la sua voce al coro che, prima o poi, costringerà i responsabili a guardarsi negli occhi. Senza appello.