Lettonia scrive la parola «giustizia» con 6,8 milioni per kiev

È un lunedì di solidarietà dura, quello che Riga regala a Kiev: 6,8 milioni per tappare i buchi della rete elettrica, rinforzare i rifugi, far volare altri droni. E, soprattutto, per dare forma concreta a un tribunale che non perdonerà nessuno.

Il patto di riga: energia, droni e tribunale

La ministra degli esteri lettone Baiba Braze lo ha detto senza mezzi termini: «La Lettonia sarà sempre con l’Ucraina». Dietro la frase c’è un decreto già firmato: i soldi verranno versati entro pochi giorni, i tecnici lettoni sono già in contatto con i colleghi ucraini per mappare le centrali più a rischio. «Non è assistenza, è resistenza», ha precisato Braze su X, dove ha anche annunciato che Riga sarà nazione fondatrice del Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucrania, l’organismo voluto dal Consiglio d’Europa per portare sul banco degli imputati vertici politici e militari russi.

Il progetto del tribunale è ancora un abbozzo, ma l’idea è chiara: se la Corte penale dell’Aja può giudicare crimini di guerra, il nuovo tribunale punta dritto al capo dello Stato, al ministro della Difesa, allo Stato maggiore. «La responsabilità non è negoziabile», ha ribadito il omologo ucraino Andri Sibiga, commentando la mossa lettone. «Chi ha ordinato l’invasione finirà in tribunale, punto».

Perché quei 6,8 milioni contano davvero

Perché quei 6,8 milioni contano davvero

Mettiamola in prospettiva: 6,8 milioni di euro non ricostruiscono una centrale, ma possono acquistare undici trasformatori da 50 MVA, quelli che saltano appena un missile cala sotto i 50 metri. O trecento droni Mavic disposti a scorta, che in questi mesi hanno permesso agli artiglieri ucraini di chiudere fuoco in meno di 90 secondi. Tradotto: quei soldi non sono un palliativo, sono un amplificatore di sopravvivenza.

La Lettonia, paese di meno di due milioni di abitanti, ha già stanziato oltre 550 milioni di aiuti militari e civili dal 2022. Proporzionalmente, è tra i primi tre donatori al mondo. Il motivo è crudo: ogni giorno che l’esercito rusmano resta fuori da Kiev è un giorno in più in cui i lettoni dormono sonni più tranquilli. «Non facciamo beneficienza, compriamo sicurezza», confida un diplomatico di Riga che ha chiesto l’anonimato. «Se l’Ucraina cade, il prossimo bersaglio siamo noi».

Il tribunale che ancora non ha giudici

Il tribunale che ancora non ha giudici

Il regolamento del tribunale speciale è in fase di scrittura, ma già si sa che non avrà forza esecutiva se Mosca non lo riconoscerà. Tuttavia, il solo annuncio mette in allerta i legali del Cremlino: eventuali sentenza possono bloccare conti all’estero, rendere impossibile un viaggio in Europa, trasformare l’imputato in un paria diplomatico. «È la geopolitica del diritto», spiega Kateryna Busol, avvocata ucraina che ha seguito i dossier di aggressione fin dal 2014. «Un capo di Stato può scansare le carte, ma non il suo nome su un elenco di ricercati».

Intanto, il fronte interno lettone sorride. Il governo minoritario di Evika Siliņa vive di concessioni all’opposizione filo-nazionale: ogni euro speso per l’Ucraina è un argine contro chi chiede di tagliare i sussidi alla NATO. «Serve un nemico esterno per tenere unita la coalizione», dice la fonte diplomatica. «E serve un eroe esterno per ricordare ai lettoni perché pagano le tasse».

La controffensiva russa, nel frattempo, continua a colpire le reti elettriche ucraine. Ieri sera un missile Kh-101 ha danneggiato una sottostazione a Dnipro, lasciando senza luce 15.000 utenti. Serviranno altri trasformatori, altri droni, altri milioni. La Lettonia ha già aperto il portafoglio. Il tribunale, per ora, resta sulla carta. Ma la parola «giustizia» ha già un prezzo: 6,8 milioni. E non è negoziabile.