L'iran ignora il libano: l'ambasciatore shaibani resta a beirut nonostante la dichiarazione di persona non grata
Beirut aveva dato tempo fino a ieri. Il tempo è scaduto, eppure Mohamad Reza Shaibani è ancora lì. Il governo libanese lo ha espulso, Teheran ha fatto spallucce: "Continuerà a svolgere le sue funzioni", ha tagliato corto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ismail Bagaei, durante il briefing di lunedì. Nessun cenno di recessione, nessuna traccia di diplomazia che si piega. Solo una porta chiusa in faccia a chi, sette giorni fa, credeva di poter riportare ordine in una capitale sempre più vicina a diventare teatro di una guerra per procura.
Il silenzio di beirut e il doppio gioco degli allegati
Il ministero libanese non ha ancora reagito. Nessuna nota, nessuna convocazione urgente della stampa, nemmeno un tweet. Il vuoto è assordante, perché la scorsa settimana l’esecutivo di Najib Mikati aveva invocato il rispetto delle "regole diplomatiche", accusando l’Iran di violare "i principi di interazione tra i due Paesi". Parole pesanti, seguite da un gesto ancor più netto: il richiamo per consultazioni dell’ambasciatore libanese a Teheran, Ahmad Soweidan. Un segnale che, a leggere i verbali, pareva l’ultimo passo prima dello strappo. Invece no. Beirut tace, Teheran fa muro.
La questione nasce da un dossier che nessuno vuole aprire del tutto: la catena di comando che collega gli uffici dell’ambasciata iraniana a Beirut alle cellule di Hezbollah. Il 28 febbraio, quando le prime raffiche di razzi katiuscia hanno oltrepassato il confine israeliano, il Libano è entrato ufficialmente nella partita. Da allora, i raid di ritorsione di Tel Aviv hanno spazzato il sud del Paese, tornando a colpire persino i quartieri sciiti della capitale. Il governo, trascinato in un conflitto che non ha dichiarato, ha cercato un capro espiatorio. L’ha trovato nell’ambasciatore Shaibani, uomo forte della rete iraniana sul Mediterraneo da quando, nel 2022, ha sostituito Ghazanfar Roknabadi. Colpevole per associazione, non per prove. Ma in politica, specie in Libano, il sospetto basta.

I numeri che nessuno cita
Dietro il parapetto delle dichiarazioni ufficiali, circolano cifre che nessuno firma. Secondo fonti militari libanesi, almeno 120 lanci sono partiti dal Sud dal 28 febbraio, 80 dei quali attribuiti a gruppi satellite di Hezbollah ma addestrati proprio nei campi gestiti dai Pasdaran. Il costo umano: 12 morti tra i miliziani, 4 tra i civili. Il costo politico: una frattura insanabile all’interno della fragile coalizione di governo, dove il partito cristiano dei Falangi e i sunniti di Hariri chiedono a gran voce l’espulsione degli addetti militari iraniani, mentre il blocco sciita – e il presidente della repubblica, l’ex generale Michel Aoun – preferiscono tenere basso il profilo.
Teheran sa contare. Il dossier libanese vale 700 milioni di dollari l’anno: finanziamenti diretti, armi, stipendi per 45.000 miliziani. È un investimento che non si abbandona per una nota verbale. Così, mentre le televisioni di Beyruth trasmettono immagini di ambulanze e macerie, l’ambasciata iraniana continua a erogare fondi, a distribuire kit medici, a organizzare le scorte per i quadri di Hezbollah. Il ministero degli Esteri libanese lo sa, ma non può dimostrarlo. E senza prove, l’espulsione resta un gesto simbolico. Shaibani lo sa, e ride in faccia al tempo che scade.
La mossa successiva
Resta da capire cosa farà Israele. Fonti diplomatiche occidentali raccontano che Tel Aviv ha già consegnato a Mikati una lista di 14 nomi – consoli, consiglieri militari, addetti culturali – da rimuovere entro metà aprile, pena un’escalation aerea sul modello 2006. Il Libano non può permetterselo: il turismo è crollato del 70%, la lira libanese ha toccato il nuovo minimo storico di 90.000 per dollaro, e il piano di salvataggio del FMI è ancora in alto mare.
L’Iran, dal canto suo, gioca a carte coperte. Bagaei ha chiuso il briefing affermando che "qualsiasi pressione sarà controproducente". Detto fatto: due cargo plane delle Qeshm Air sono atterrati a Beirut ieri notte, carichi di generatori e scorte di benzina. Un aiuto umanitario, dicono. Un rifornimento logistici, sospettano i servizi. Il procuratore generale libanese non ha aperto indagini.
Resta un solo dato certo: il 29 marzo è passato, e Shaibani è ancora al suo posto. Beirut non lo caccia, Teheran non lo richiama. Il tempo, per il Libano, si è fermato a un minuto dopo la mezzanotte. E all’orologio di qualcuno, da qualche parte, qualche razzo sta già slittando nella rampa di lancio.