L'iran martoriato: bombe israeliane e manganelli del regime

Il sangue scorre a Teheran anche quando i caccia non passano. Tre impiccati a Qom per aver manifestato, 2.000 morti sotto le bombe Usa-Israeliane, tre milioni di sfollati dentro i confini. È il bollettino di guerra che l'Onu non firma da nessuna parte, ma denuncia a gran voce.

Il doppio fronte di teheran

I relatori ONU non usano mezzi termini: «Il popolo iraniano è attaccato dall'esterno e strangolato dall'interno». Il razzo che cade a Isfahan e il cappio che stringe al collo di un manifestante sono due facce della stessa medaglia. La prima viola la Carta dell'Onu, la seconda calpesta ogni articolo della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Mai Sato, relatrice speciale per l'Iran, ha raccolto testimonianze di processi lampo durati meno di un'ora. Nessun avvocato degno di questo nome, prove costruite in settimane, «confessioni» trasmesse in tv prima ancora del verdetto. Il tutto mentre i droni americani fanno piazza pulita di infrastrutture civili e i jet israeliani colpiscono obiettivi «nucleari» che nessuno ha mai verificato.

Il cortocircuito geopolitico

Il cortocircuito geopolitico

L'effetto è un circolo vizioso perfetto: le incursioni esterne rafforzano la narrazione del regime, che può così etichettare ogni dissenso come «complicità con il nemico». I morti in uniforme diventano eroi, i morti in piazza «terroristi». E il Consiglio dei Guardiani ringrazia, approvando nuove leggi che restringono ancora di più lo spazio civico.

La cifra parla da sola: 90 esecuzioni dal 1° gennaio, tre delle quali legate alle proteste del 2022. Un ritmo che non accenna a diminuire, anzi. Perché la guerra, come ha scritto un analista locale, «è il miglior antidepressivo di ogni dittatura».

Il silenzio dell'Occidente è assordante. Bruxelles tace, Washington scarica la responsabilità su Israele, Tel Aviv invoca la legittima difesa. Nessuno firma un embargo, nessuno chiede conto delle bombe al fosforo. E mentre i media contano i morti come goal di campionato, a Teheran i parenti delle vittime imparano a non piangere troppo forte: potrebbero essere arrestati per «propaganda anti-regime».

Finirà? Gli esperti ONU sono pessimisti: «Quando gli ultimi caccia rientreranno nelle loro basi, i manganelli continueranno a frantumare ossa». Perché la guerra non è solo ciò che si vede dai satellite. È anche ciò che resta quando nessuno guarda più.