Lisboa prende fuoco: migliaia in piazza per fermare la manovra anti-trans
«Se brucia il Parlamento, è colpa loro». Così urlavano i cartelli mentre una marea di bandiere arcobaleno invadeva Lisbona domenica 29 marzo. Centinaia di persone – genitori, studenti, lavoratori, medici – hanno risposto all’appello del collettivo Trans&Alies proprio nel giorno della Visibilità Trans, per mandare un messaggio chiaro a chi sta cercando di reintrodire il certificato medico per cambiare nome e sesso anagrafico.
La misura, passata in prima lettura sette giorni fa con i voti di PSD, CDS-PP e dell’ultradestra di Chega, non è ancora legge. Ma basta la prospettiva di un ritorno al passato per far scattare l’allarme. Sara Marques, 26 anni, racconta di aver cambiato documenti «in 15 minuti» grazie alla legge attuale. «Ora vuole il mio psicologo, il mio endocrinologo, magari anche il prete. È un ricatto istituzionale».

Il veto che può cambiare tutto
Il testo adesso finisce in commissione, poi tornerà all’Assemblea. Se passa, tocca al neopresidente António José Seguro – insediato il 9 marzo – decidere: firma o respinge. Il presidente è socialista, ma il PSD è il suo alleato di governo. «È il momento di vedere se la parola “progressista” vale ancora qualcosa», taglia corto Taylor Ribeiro, 39 anni, operatore sanitario. Lui ha pagato 12 000 euro di interventi: «Non ho chiesto un centesimo allo Stato. Pretendono solo di esistere senza processi».
La polizia ha contato 2 300 manifestanti; gli organizzatori parlano di 4 000. Numeri che ricordano il 2018, quando la destra provò un colpo analogo e venne respinta da una mobilitazione trasversale. Stavolta l’aria è più tesa: i sondaggi di Aximage danno Chega al 17%, doppio rispetto a cinque anni fa. Il clima europeo – da Budapest a Roma – ha rimesso in circolazione la teoria del «pericolo gender». Il Portogallo, finora esempio di legislazione avanzata, rischia la retromarcia.
Il governo PSD sostiene di voler «tutelare i minori». Ma nei corridoi di São Bento si respira altro: la necessità di ricucire con l’ala più conservatrice dopo la scissione interna sulle politiche fiscali. Il prezzo? I diritti di una minoranza che, secondo l’Istituto nazionale di statistica, conta appena 1 300 persone con documenti aggiornati. «Un capitolo da cui scaricare la rabbia dell’elettorato», denuncia la deputata del Bloco de Esquerda Mariana Mortágua.
La piazza però ha fatto i conti: se Seguro firma, scatta la Corte costituzionale. Se veta, il PSD perde pezzi. Giocherà d’anticipo? L’ultima volta che un presidente bocciò una legge sui diritti civili fu Mário Soares nel 1995. Passarono 30 anni. Oggi il cerchio torna a chiudersi, ma il tempo sociale è cambiato: «Non siamo più un footnote nei manuali di psichiatria», urla dal megafono Ribeiro. «Siamo la vostra collega, la vostra vicina di casa, la cliente del fornaio». La folla applaude. Poi parte un coro: «Aqui estamos, não nos vão calar».
Il prossimo passo è fissato per il 15 aprile: nuovo voto in aula. In calendario c’è anche il primo Pride ufficiale di Azeméis, paesino dell’entroterra dove fino a ieri la parola “trans” non esisteva. La battaglia è appena cominciata, ma una cosa è certa: chi ha piazzato il rogo sotto il Palazzo di vetro ha sottovalutato la polvere da sparo che aveva davanti. E adesso il fumo sale dritto verso il cielo di Lisbona, come un segnale che nessuno può più ignorare.