Lisboa rompe il silenzio: primo inviato ufficiale a caracas dopo la cattura di maduro

Emídio Sousa atterra domani a Maiquetía con un solo bagaglio diplomatico e una valigetta piena di tensione. È il primo ministro portogese a mettere piede in Venezuela da quando Washington ha brandito l’accusa di narcoterrorismo contro Nicolás Maduro il 3 gennaio. Un gesto che, in Europa, nessuno aveva ancora avuto il coraggio di fare.

Il calendario di un’operazione di rapprochement

Martedì il segretario di Stato per le Comunità apre con un colloquio privato al Palacio de Miraflores: Yván Gil lo riceverà alle 11, quando la temperatura di Caracas già sfiora i 32° e l’aria condizionata degli uffici esterni traballa. Pochi metri più in là, nell’auditorio half-light dell’ambasciata lusitana, lo aspettano sei famiglie di detenuti bilingue: portoghesi nati a Valencia o a Maracay, venezuelani con passaporto europeo confiscato. Sono passati mesi dall’ultima volta che Lisbona è riuscita a ottenere un elenco ufficiale dei prigionieri con doppia nazionalità. Ora vuole nomi, date, possibilità di trasferimento.

Sousa passerà la serata con i professori di lingua portoguesa delle scuole paritarie, un network minuscolo ma strategico: 1.200 alunni, 42 insegnanti, zero finanziamento pubblico da anni. Se Maduro cade – e la probabilità è salita al 48% secondo i bookmaker di Londra – il piano B di Lisbona è blindare quei banchi di scuola come avamposti culturali.

Consolati, santuario e opposizione: il giro di vite di quattro giorni

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Mercoledì e giovedì l’agenda è da maratona: consolati di Caracas, Valencia e Aragua, poi il Centro Marítimo dove si concentrano i pescherecci di bandiera portoghese che ancora sfidano il blocco petrolifero. Al ministero degli Interni venezuelano non piace che navi europee attracchino senza permesso, ma il 20% del tonno importato da Lisbona transita da lì: un dossier energetico che Sousa tiene stretto come un ostaggio.

Venerdì il gran finale: incontro “con l’opposizione politico-partitica”, scrive l’agenda senza sbilanciare. Tradotto: sarà Maria Corina Machado a riceverlo nella sede occulta di Los Palos Grandes, lontano dai droni filorussi. Poi il santuario di Fatima de Los Teques, meta di pellegrinaggio per 40.000 portoghesi emigrati negli anni ’50. Un selfie lì, con la tunica biancha e il rosario in mano, vale più di un comunicato stampa: è il passaporto spirituale che Lisbona vuole riscattare agli occhi della diaspora.

Lo schema è chiaro: Montenegro ha bisogno di tenere aperto un canale umano senza irritare Bruxelles. Il premier di centro-destra sa che l’UE storce il naso davanti a ogni tentativo di dialogo bilaterale con Maduro, ma non può ignorare 400.000 cittadini con doppio passaporto. Il Portogallo è diventato la prima colonia europea in Venezuela e, nei piani alti di Lisbona, potrebbe trasformarsi nel back door diplomatico del continente.

Cifra da tenere sott’occhio: 1,2 miliardi di euro di esposizione bancaria Unicredit verso imprese lusofone in Venezuela, un credito congelato dal 2019. Se Sousa ottiene la garanzia di un tribunale misto per i detenuti, potrebbe riaprire anche la partita dei collateral. Non è solo questione di diritti umani: è un hedge sul default.

Quando l’aereo di Sousa decollerà da Maiquetía venerdì sera, Caracas avrà già un nuovo orizzonte di trattative. E il Portogallo – per una volta – non sarà più la periferia d’Europa, ma il primo paese a scommettere che il Venezuela post-Maduro inizia prima del previsto.