López: la transición venezolana corre, ma il cronogramma vero resta un miraggio

Leopoldo López si guarda allo specchio e vede due passaporti: quello venezolano, strappato da Maduro, e quello spagnolo, arrivato in 24 ore. «Il 2 gennaio ero un apolide, il 3 gli Usa hanno arrestato Maduro. Da allora il Paese corre, ma nessuno sa dove finirà la corsa.»

L’intervista a Efe, concessa a Madrid dove vive da cinque anni, suona come un bollettino di guerra scritto a metà: vittorie parziali, fronti aperte, trincee ancora invalicabili. «La dittatura ha ceduto metro di plaza, non il potere», dice mentre il caffè si raffredda. «Si può parlare di politica in un bar di Caracas senza finire in cella, ma tornare io, María Corina o Edmundo González? Impossibile.»

Il calendario che non esiste

Macchina del fango. La frase è sua, non mia. López la usa per descrivere il CNE uscente: «Un organismo nato per annullare, non per convocare». Serve, spiega, un nuovo consiglio, un cronogramma elettorale, una legge che ancora non c’è. «María Corina parla di nove mesi. Io dico: prima firmate la carta, poi contate i giorni.»

Il nodo è tutto lì. Washington ha scaricato Maduro, ma ha caricato sui propri aerei anche Delcy Rodríguez, la vicepresidente che per l’opposizione è «il volto della repressione». López non la chiama mai per nome: «La loro legittimità è zero, ma il petroliere che scarica a Houston non fa domande». E aggiunge: «Preferiamo il barile sotto bandiera Usa piuttosto che sotto quella iraniana. È triste, ma è così.»

La sua analisi è fredda, da ex-manager assicurativo: «Il Paese è migliorato del 30%, ma il 70% resta nelle mani della nomenklatura chavista. Le banche tornano a prestare, la gente compra dollari in strada, ma i giudici che hanno firmato il mio ergastolo sono ancora in toga.»

La spagna come paracadute

La spagna come paracadute

Il giorno dell’intervista il Boletín Oficial del Estado pubblica il decreto che lo trasforma in «ciudadano español de origen». «Non è un premio, è un paracadute», dice. «Maduro mi ha cancellato dall’anagrafe venezolana per aver chiesto un’intervento militare. Ora posso viaggiare, ma non posso votare.»

Sul tavolo c’è una busta con il logo del Congreso: domani terrà il suo primo discorso da «spanish citizen» davanti alla commissione Esteri. «Non chiederò sanzioni, chiederò tempi. Le elezioni non si fanno con le hashtag, servono registri aggiornati, osservatori, stampa libera. Abbiamo già perso il 2020, rischiamo di perdere anche il 2025.»

Alla fine chiedo se si candiderebbe. Ride, ma gli occhi restano seri: «Io ho già vinto un’elezione: quella del 2015, quando uscimmo 112 deputati. Poi fu annullata. Il mio partito oggi è l’esilio, il mio collegio elettorale è WhatsApp. Quando si potrà riaprire un comitato senza finire in galera, allora ne riparleremo.»

Si alza, saluta, ma prima di uscire mi ferma: «Dica ai lettori che il Venezuela non è un reality show che finisce con un colpo di scena. È una serie di stagioni cancellate. E questa, forse, è solo la mezza.»