Lorenzetti suona la sveglia: il lavoro che conoscevamo è già morto

Ricardo Lorenzetti non usa mezzi termini: «Il modello fordista è un fossile». Nel nuovo episodio del suo podcast l’ex presidente della Corte suprema smonta pezzo per pezzo il mito dell’impiego stabile, delle otto ore in fabbrica, della pensione garantita. «Sono parole che continuano a riempire i discorsi politici, ma sono già vuote», afferma. La platea? Un’Argentina dove 6 su 10 attività economiche sfuggono a ogni registro e dove la parola «precario» è diventata la norma.

Il lavoro non è più un orologio, è un caleidoscopio

La svolta è talmente veloce che le istituzioni faticano a staccarsi dal passato. Lorenzetti parla di «distorsione genetica»: le leggi continuano a pensare il lavoratore come un operaio di pianta stabile, mentre nella pratica ciascuno deve fare da impresa di sé: aprire partita IVA, scaricare app, correggere algoritmi, dormire quattro ore. «Non esiste più la giornata lavorativa, esistono frammenti di giornata che si attaccano con lo scotch», dice. Il risultato è un tempo diluito, dove la cena diventa un meeting e la domenica un’opportunità per provare un nuovo side-project.

La distinzione fra datore e dipendente si scioglie. Chi guida per Uber, chi vende crochet su Instagram, chi traduce di notte per clienti in Corea: tutti sono contemporaneamente capitale e lavoro, risorsa e rischio. «Siamo diventati imprese monopersona senza averlo chiesto», osserva Lorenzetti. E qui entra il lato oscuro della flessibilità: nessun copertura, nessun ammortizzatore, nessun limite agli orari. L’autonomia è una gabbia dorata che si porta dietto le notifiche a mezzanotte e la paura del bad feedback.

L’identità smontata a colpi di click

L’identità smontata a colpi di click

Per un secolo il lavoro è stato il biglietto da visita: «Dove lavori?» precedeva «Come ti chiami?». Oggi la domanda resta, ma la risposta è un elenco a puntate: «Facciao un po’ di coaching, qualche traduzione, qualche lezione di yoga e sto provando con l’e-commerce di semi». Il concetto di carriera lineare è morto. Al suo posto c’è un mosaico di competenze che si aggiornano ogni trimestre. Il problema è che il mosaico non garantisce né stabilità né riconoscimento sociale.

Lorenzetti è brutale: «La promessa “studi, lavori, avanzi” è una bufala statistica». Anche le professioni più sicure – avvocato, ingegnere, docente – vedono il loro potere d’acquisto contrarsi. Il merito da solo non basta; serve un mix di fortuna, networking, resilienza psicologica. E la fatica non è solo economica: «C’è una autostranizzazione continua», dice. Ti svegli padrone di te stesso e vai a letto operaio della tua stessa impresa, con la sensanza di non aver mai fatto abbastanza.

Stato vs algoritmo: chi protegge chi?

Stato vs algoritmo: chi protegge chi?

Il dato che fa tremare è la velocità: la distruzione di posti procede cinque volte più rapida della creazione. Le piattaforme crescono in mesi; la normativa impiega anni. Risultato: un vuoto giuridico dove prosperano il lavoro nero, le gare al ribasso, la concorrenza globale di chi accetta due dollari l’ora. Lorenzetti non invoca miracoli: «Serve formazione continua, sì, ma anche una nuova alleanza fra Stato, piattaforme e lavoratori». Tradotto: meno slogan e più tutele portatili, meno bonus una-tantum e più diritti digitali.

Il giudice è chiaro: se il discorso pubblico resta inchiodato al “posto fisso”, perderemo il treno di una rivoluzione che ha già cambiato il volto dell’America Latina. E chiuderà il podcast con una frase che resta in gola: «Non stiamo assistendo al futuro del lavoro; stiamo correndo dietro a un presente che ci sta sfuggendo». La colonna sonora è già quella di una sveglia che suona da troppi anni. O la smettiamo di schiacciare “posticipa”, o il risveglio sarà ancora più duro.