Mamdani irrompe all'onu: la sfida di new york a trump passa da guterres
Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha messo piede per la prima volta a Palazzo di Vetro dopo la sua insediamento. Un incontro a porte chiuse con Antonio Guterres che dura meno di un'ora, ma che sposta l'asse della politica esterna della città più osservata del pianeta.
L'abbraccio diplomatico che infastidisce trump
Non è un caso che la visita arrivi nel mezzo delle bordate di Donald Trump contro l'Onu, accusata di essere «un club di chiacchiere» incapace di fermare guerre. Mamdani, socialista di sinistra, ha scelto il momento perfetto per farsi fotografare accanto a Guterres. Un gesto che a Washington suona come un atto di sfida, ma che a New York rafforza l'immagine di un'amministrazione pronta a difendere il multilateralismo anche contro la Casa Bianca.
«Il segretario generale ha ringraziato il sindaco per il supporto costante della città ospite», ha fatto filtrare Stéphane Dujarric, portavoce di Guterres. Tradotto: l'Onu sa che può contare su un alleato in carne e ossa a East River. E Mamdani, dal canto suo, ha ottenuto la garanzia di un dialogo diretto con l'organizzazione su clima, migrazioni e sicurezza urbana, i tre dossier che più pesano sul bilancio cittadino.
Accanto a lui, la commissaria per gli Affari Internazionali Ana María Archila, ex attivista colombiana, oggi regista dell'intera macchina diplomatica municipale. È lei a gestire i rapporti con i 193 consolati e le missioni permanenti, un ruolo che in tempi di tagli federali all'assistenza migranti diventa fondamentale. Il messaggio è chiaro: se Washington chiude, New York apre.

La junta di pace di trump e il vuoto che fa paura
Mamdani non ha fatto nomi, ma il riferimento alla Junta di Pace per Gaza è evidente. L'iniziatura Trump, presentata come una nuova governance per la Striscia, è vista da molti diplomatici come una scorciatoia per aggirare il Consiglio di Sicurezza. «Una specie di Onu parallela», definisce un ambasciatore europeo sotto anonimato. «Se prende piede, il diritto internazionale diventa carta straccia.»
La città di New York, che ospita la sede principale dell'Onu dal 1952, ha tutto da perdere da un'eventuale marginalizzazione dell'organizzazione. Oltre 22.000 dipendenti diretti, 4 miliardi di dollari l'anno di indotto economico, decine di alberi d'affari per ristoratori e avvocati. Mamdani lo sa e, con la scusa del «rafforzamento della cooperazione», ha ottenuto da Guterres un impegno formale: nessuna riduzione degli uffici, nessuno spostamento di funzioni verso Ginevra o Nairobi. È un piccolo trattato di protezione reciproca, firmato in un corridoio senza fotografi.
Il conto che nessuno mostra
Lo scorso anno il Dipartimento di Stato americano ha versato 1,3 miliardi di dollari al budget Onu. Trump ha già minacciato di tagliare il 30%. Se dovesse farlo, tocca ai singoli stati – e alle città – colmare il buco. New York, da sola, ha un bilancio di 110 miliardi: potrebbe coprire la quota USA per gli anni di crisi, ma non intende farlo a mani basse. Mamdani vuole usare la leva per ottenere più voce in capitolo sulle politiche migratorie e sul clima. È un vecchio trucco: chi paga, comanda. Stavolta lo applica un sindaco, non un presidente.
Il prossimo passo? Un summit municipale previsto per giugno, con sindaci delle grandi metropoli globali, per costruire una rete parallela di finanziamenti Onu. L'idea è far passare New York come hub sicuro, anche quando Washington tace. Guterres, dal canto suo, ha già accettato. Non ha molta scelta: se l'America di Trump si ritira, serve un'altra America disposta a restare in campo. Mamdani ci ha messo la faccia. E, per ora, anche i soldi.