Margarita maza, la donna dietro il mito di juárez: esilio, lutti e la battaglia per salvare la repubblica

Quando Margarita Maza scriveva «preferisco mille volte la morte alla vita che ho» non stava solo piangendo due figli morti in esilio: stava redigendo il bilancio di una nazione che barcollava tra guerra civile, banchieri stranieri e un impero imposto dai francesi. A 17 anni sposò Benito Juárez, a 44 seppellì i suoi sogni e la sua salute, ma non la tenacia con cui tenne in piedi il governo repubblicano dal retrobottega di una casa di New York.

Una bambina benestante e il ragazzo zapoteco che arrivava a servire

Oaxaca, 1819. In casa Maza, commercianti di sangue spagnolo, entra un adolescente indio che parla zapoteco e ha imparato il latino per forza di libri di seconda mano. È Benito Juárez, ha 13 anni, serve vino e riordina la biblioteca. La piccola Margarita ha 7 anni, corsi di pianoforte e vestiti di raso. Nessuno immagina che diventerà la first lady che dovrà difendere la Costituzione di fronte a Napoleone III e a un esercito di conservatori messicani pronti a svendere il paese per un titolo nobiliare.

Il matrimonio, il 31 luglio 1843, è un atto politico prima che sentimentale: lui ha 37 anni, due figli illegittimi e un avvenire da avvocato ambizioso; lei ha 17 anni, una dote cospicua e il sangue «criollo» che cancella la povertà zapoteca del marito. È il biglietto da visita che Juárez userà per entrare nel salotto liberale di Oaxaca e, da lì, nel Congreso de la Unión.

La fuga dal palazzo e la valigetta con l

La fuga dal palazzo e la valigetta con l'archivio della nazione

10 giugno 1863, ore 9 del mattino. Le campane di Città del Messico suonano a martello, ma non per angelus: sono i tamburi della fanteria francese che entra da San Cosme. Juárez ha già lasciato il Palacio Nacional la sera prima. Sulle sue carrette ci sono 86 chili di carte, 9 figli, la moglie incinta e l'unica copia firmata della Costituzione del '57. Margarita è 37enne, ha partorito otto volte e ha iniziato a contare i morti come si contano i soldi: tre bambine sepolte prima dei tre anni, un figlio che si porta via la tubercolosi a New York, un altro che muore di colite a Paso del Norte.

«Prefiero mil veces la muerte…» non è un'iperbole da romanzo ottocentesco: è la mail di un capo di Stato che non può permettersi il lusso del crollo. Mentre Juárez si sposta di città in città per non finire impiccato da un plotone imperialista, Margarita diventa cassaforte ambulante: raccoglie donazioni tra i connazionali di Staten Island, traduce petizioni in inglese, tiene aggiornato il marito sul prezzo del cotone e sulle manovre della lobby francese a Washington. È la prima intelligence domestica del Messico moderno.

I conti in rosso di un paese e di una famiglia

I conti in rosso di un paese e di una famiglia

La moratoria della deuda estera che dà a Napoleone III il pretesto per invadere è un foglio firmato da Juárez il 17 luglio 1861. Ma è anche la condanna a morte di José, 7 anni, che non resiste al clima umido di Manhattan. «Murió mi adorado hijo y con él murió también una de mis bellas esperanzas» scrive il presidente a colui che gli ha tenuto in piedi il governo per procura: Pedro Santacilia, genero e factotum. La frase è un bilancio economico: ogni peso speso per l'esercito republicano è un giorno di vita in meno per i figli. Margarita lo sa e, da brava figlia di mercanti, trasforma il lutto in cifra: organizza raccolte fondi nelle chiese metodiste di New York, vende gioielli di famiglia, paga passaporti falsi per i diplomatici che scappano da Maximiliano d'Asburgo.

19 giugno 1867, Querétaro. Il fusillamiento dell'imperatore è la chiusura di un conto aperto sei anni prima. Juárez rientra trionfante a Città del Messico il 15 luglio, ma Margarita è già malata. I medici parlano di «tumor en el útero», oggi direbbero cancro cervicale. Muore il 2 gennaio 1872, ha 44 anni e 12 partite sul corpo. I giornali la chiaman «madre de la patria» ma il marito, per non far sembrare il funerale un atto politico, vieta messe e croci. È la prima cerimonia laica della storia messicana: il feretro coperto dal tricolore e un silenzio che suona più forte di tutti i cannoni francesi.

Lo scheletro della repubblica che oggi ossessiona i creditori internazionali ha un nome di donna. Margarita Maza non compare sulle banconote da 20 pesos, ma ogni volta che il Messico tira dritto sul pagamento del debito estero sta ripetendo la sua frase: preferisco la morte al disonore. E, per ora, è ancora viva.