Marine ruba missili javelin e li vende: arrestato in arizona

Un caporale dei Marines statunitensi ha sottratto dalla base militare di Camp Pendleton un sistema missilistico Javelin — un'arma anticarro di uso esclusivamente militare, prodotta da Lockheed Martin e RTX Corp — per rivenderlo sul mercato nero. Non è fantascienza. È quello che la procura federale dell'Arizona contesta ad Andrew Paul Amarillas, specialista tecnico in munizioni presso la School of Infantry West, attivo secondo l'accusa tra il febbraio 2022 e il novembre 2025.

Come funzionava lo schema di amarillas

Il meccanismo era semplice quanto allarmante: accesso privilegiato ai depositi, materiale sottratto pezzo per pezzo, poi trasportato in Arizona — lo stato natale di Amarillas — e ceduto a una rete di complici che provvedeva alla redistribuzione. La procura ha ricostruito l'intera filiera grazie anche all'intervento di agenti sotto copertura che hanno partecipato ad alcune delle transazioni.

La cifra parla da sola: 66 casse di munizioni M855, pari a circa 25.000 cartucce. Solo un terzo è stato recuperato. Il resto è disperso chissà dove, nelle mani di chissà chi.

Ma il dato che ha fatto scattare l'allarme ai piani alti è un altro. Tra i messaggi inviati ad agosto ai suoi complici, Amarillas scriveva senza troppi giri di parole: «Ho appena preso alcuni 'javs' e altra roba. Ho due lanciatori che potrebbero interessarti, se vuoi vederli domani». I messaggi erano corredati di fotografie. Una di quelle immagini ha permesso agli investigatori di identificare il sistema Javelin recuperato come lo stesso firmato da Amarillas all'atto della ricezione ufficiale presso la School of Infantry West.

Il nodo javelin: perché questo missile cambia tutto

Il nodo javelin: perché questo missile cambia tutto

La vendita privata di un Javelin è vietata per legge, salvo che il sistema sia stato preventivamente demilitarizzato. Questo non era il caso. Si tratta di un'arma anticarro portatile, guidata a infrarossi, capace di distruggere veicoli blindati. Vederla circolare in mani non autorizzate sul territorio statunitense è uno scenario che la procura federale definisce, con una certa sobrietà burocratica, «rischio straordinario per civili e forze dell'ordine».

Non è solo un problema di sicurezza interna. È una crepa visibile nell'architettura di controllo delle armi nelle basi militari americane. Camp Pendleton è una delle installazioni di addestramento più grandi degli Stati Uniti, e il fatto che un singolo caporale abbia potuto operare indisturbato per quasi quattro anni pone domande scomode sui protocolli di custodia in vigore.

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L'accusa formale e la decisione del giudice

Amarillas si è dichiarato innocente davanti al tribunale federale di Phoenix. La giudice ha disposto la custodia cautelare, ritenendo concreto il rischio di fuga e la possibilità che l'imputato possa inquinare le prove o condizionare i testimoni legati ai fatti di Camp Pendleton.

I capi d'accusa comprendono cospirazione per furto e peculato di beni governativi, oltre a detenzione e commercio illegale di munizioni rubate. L'accusa sostiene che «l'obiettivo della cospirazione era rubare armi e munizioni all'esercito degli Stati Uniti per rivenderle a terzi a scopo di lucro». Formulazione asciutta, realtà tutt'altro che banale.

Né la difesa legale di Amarillas né i portavoce ufficiali di Camp Pendleton hanno risposto alle richieste di commento da parte della stampa. Il caso è stato riportato per la prima volta dal Los Angeles Times, che attribuisce la notizia alla rete televisiva AZFamily di Phoenix.

Un missile Javelin firmato da un caporale, fotografato in un messaggio privato, poi ritrovato sul mercato nero: difficile immaginare una sintesi più efficace del fallimento di un sistema di controllo che avrebbe dovuto impedire tutto questo.