Montañero: il boss liberato, un'ombra sull'accordo di pace

Una decisione inattesa, quasi surreale, ha scosso il panorama della criminalità organizzata in Colombia: Gustavo Adolfo Pérez Peña, alias ‘El Montañero’, uno dei capi indiscussi dell’organizzazione ‘El Mesa’, è stato rilasciato a fine marzo, nonostante una latente, e ora sospesa, ordinanza di cattura. Un affare che solleva interrogativi inquietanti sull'effettiva validità del processo di ‘Pace Totale’ promosso dal governo Petro.

Un passaporto per la fuga?

La liberazione di ‘El Montañero’ è frutto di una risoluzione della Fiscalía General de la Nación, comunicata dopo un vertice di alto livello a Bogotá, che ha sospeso le ordinanze di cattura a 23 esponenti di organizzazioni criminali riconosciuti dal governo come portavoce. Ma c'è un dettaglio che non sfugge all'analisi: ‘El Montañero’ era l'unico con un'ordinanza di cattura ancora vigente al momento della pubblicazione della risoluzione. Un’anomalia che, per usare un eufemismo, desta non poche perplessità.

La figura di Pérez Peña è tutt'altro che secondaria. Fondatore dell'organizzazione ‘El Mesa’, nata nei primi anni '90 a Bello, ha esteso la sua influenza a Medellín, Bogotá, e ad altre regioni del paese, accumulando una lista di crimini che include traffico di droga, omicidi, estorsioni, traffico d'armi e persino terrorismo. Un impero criminale composto da oltre 400 elementi, radicato nel tessuto sociale colombiano.

La sua storia personale è un labirinto di identità: Luis Rodrigo Rodríguez Rodríguez alla nascita, Juan Camilo Hernández Berrío in un secondo momento, e infine Gustavo Adolfo Pérez Peña, l'identità con cui si è presentato al tavolo di ‘Pace Totale’. Un passato costellato di detenzioni, tra cui una condanna nel 2019 per concorso in reati e porto illegale di armi, pena che ha scontato solo parzialmente.

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Un'indagine inconclusa e un viaggio misterioso

Ma la storia non finisce qui. Durante la sua detenzione, ‘El Montañero’ è stato coinvolto in un omicidio avvenuto nel 2020 all'interno di una prigione a Boyacá, dove è morto Alejandro Mazo Pulgarín, alias ‘Titi’, leader di una rivale banda. Un'indagine che ha portato all'emissione di un'ordinanza di cattura nel 2025. A complicare ulteriormente il quadro, le autorità hanno rilevato un viaggio di ‘El Montañero’ a Parigi, in Francia, lo scorso settembre. Un viaggio il cui scopo non è stato chiarito, sollevando dubbi sulla sua reale partecipazione al processo di pace.

Oggi, secondo fonti di polizia, ‘El Montañero’ è tornato in Colombia, mantenendo un profilo basso mentre la sua organizzazione si confronta con il Clan del Golfo per il controllo del territorio. Un'escalation di violenza che rende il suo ritorno ancora più inquietante. La sospensione dell'ordinanza di cattura ha tolto alle forze dell'ordine uno strumento fondamentale per assicurarlo alla giustizia, lasciando un'ombra di incertezza sul futuro della ‘Pace Totale’ e sulla sicurezza del paese.

La liberazione di ‘El Montañero’ non è solo un caso giudiziario, ma un campanello d'allarme che suona forte: la giustizia, in Colombia, rischia di essere piegata agli interessi di chi detiene il potere, a discapito della sicurezza dei cittadini. Un prezzo troppo alto da pagare per un'illusoria pace.