Mosca smentisce nuova mobilitazione: 30 mila caduti al mese spingono putin al bivio
Il Cremlino ha spento ieri sul nascere le voci di un secondo arruolamento di massa. «Non è all’ordine del giorno», ha tagliato corto Dmitrij Peskov, rufiano di Vladimir Putin, mentre il presidente finlandese Alexander Stubb lanciava la cifra-choc: 30 mila soldati russi perduti ogni mese. Una carneficina che, secondo i servizi di Helsinki, costringerebbe Mosca a riaprire i rubinetti della leva per colmare un buco che l’esercito non riesce più a tappare.
La fuga di cervelli in divisa che spaventa il cremlino
La prima mobilitazione parziale, settembre 2022, aveva già trasformato in fuga la classe venti-trentenne: olto 700 mila uomini scappati in Kazakstan, Georgia, Serbia, qualunque posto con un volo e senza visto. La seconda, temono gli analisti interni, potrebbe svuotare interi distretti industriali e innescare un cortocircuito sociale che il Cremlino non può permettersi a un anno dalle elezioni parlamentari. Da qui il palo in fronte di Peskov, anche se nei corridoi dell’amministrazione presidenziale qualcuno ammette, a mezza bocca: «Se la media dei morti resta questa, prima o poi dovremo decidere».
Il dato di Stubb non è isolato. Osservatori indipendenti contano oltre un milione di perdite complessive – morti, feriti, dispersi – dall’invasione di Kiev, febbraio 2022. Una cifra che supera le perdite sovietiche in dieci anni di guerra in Afghanistan. E che riduce la cosiddetta “operazione militare speciale” a un tritacarne quotidiano, alimentato da una logistica obsoleta e da una strategia che manda reparti sotto i colpi di artiglieria per conquistare centinaia di metri di fango.
La controffensiva russa nel Donbass, infatti, procede a colpi di carne umana: reparti di fanteria motorizzata, reclutati nei villaggi siberiani, vengono lanciati in formazioni compatte contro le linee ucraine, col risultato di un tasso di sopravvivenza stimato in meno di quattro settimane per i nuovi arrivati. I pochi reduci tornano con un contratto militare in tasca e un trauma che la sanità pubblica non sa curare.

Il cremlino gioca la carta del silenzio mentre telegram trema
La macchina del fango mediatica ha cambiato tattica. Dopo aver zittito i blogger di guerra troppo loquaci, Mosca sta provando a rallentare l’intera rete Telegram, canale preferenziale di notizie dal fronte. L’obiettivo è duplice: evitare che le immagini di bare in arrivo nelle province impazzano sui canali locali e, soprattutto, impedire la nascita di comitati di madri e vedove in grado di costringere il governo a una seconda ondata di mobilizzazione. Il segnale è chiaro: prima si taglia la voce, poi si decide chi deve morire.
Putin, intanto, continua a ripetere che l’obiettivo resta la conquista di tutto il Donbass entro l’autunno. Una promessa che suona sempre più come un mantra da campagna elettorale: le linee del fronte si sono spostate di appena 30 chilometri in un anno. E ogni metro conquistato si è pagato con un bagno di sangue. La domanda, ormai, non è se arriverà la mobilitazione, ma quanto ancora il Cremlino potrà nascondere i numeri a una popolazione che ha imparato a leggere tra le righe dei comunicati ufficiali. Le bare stanno tornando. I numeri no.