Il pianista che ha fatto tremare l’australia: da applausi a tribunale per una frase su gaza

Jayson Gillham ha alzato il coperchio del pianoforte e ha detto quello che nessuno aveva mai osato in un auditorium australiano. Due minuti di parole, un brano dedicato ai giornalisti palestinesi uccisi, e la Melbourne Symphony Orchestra gli ha cancellato il concerto. Ora è lui a portare in tribunale il sistema.

La frase che ha fatto saltare la sicurezza

Succede tutto il 3 agosto 2024, nell’Iwaki Auditorium. Gillham, 35 anni, britannico di adozione, queenslandiano di sangue, sta per chiudere il recital con un’opera commissionata ad hoc dal compositore Connor D’Netto. Prima di attaccare, si volta verso il pubblico e legge: «Questa musica è per i più di cento colleghi uccisi a Gaza». Non è un’improvvisata: è la risposta sonora a mesi di bombardamenti, a immagini di reporter morti sotto le macerie, a un silenzio che per lui è diventato insopportabile. Il direttore lo osserva, il pubblico applaude, qualcuno si guarda intorno. Due ore dopo il comunicato dell’orchestra: «Concerto annullato per ragioni di sicurezza». Traduzione: troppo rischio, troppa politica.

La frase scatena un incendio nazionale. I social si spaccano in due, i talk-show impazziscono, il ministro della Cultura viene tirato in ballo. L’accusa: aver violato il “sanctum” dello spazio concertistico, trasformato la musica in manifesto. La difesa: il diritto di un artista di parlare al mondo che lo guarda. Gillham non si tira indietro: «Non ero fuori tempo, come mi dissero. Ero già dieci mesi in ritardo».

Il palco che si costruisce da solo

Il palco che si costruisce da solo

Mentre i legali preparano la causa al Federal Court – prima udienza fissata per maggio – il pianista cambia strategia: se le istituzioni lo chiudono, lui apre la porta. In luglio parte il tour “Keys to Life” con Iyad Sughayer, 29 anni, palestinese di origine, cresciuto in Giordania, star di Classic FM e interprete preferito di Khachaturian. Zero enti pubblici, zero sovvenzioni. Solo due pianoforti, noleggio di sale, biglietti su Eventbrite, rischio totale. Melbourne Recital Centre, Sydney City Recital Hall, Brisbane QPAC: i templi della musica classica australiana gli aprono le porte, perché il pubblico – dice – «non è disposto a farsi dire cosa può o non può sentire».

Il programma è una dichiarazione d’intenti: Mozart per la lucidità, Ravel per la memoria, Debussy per l’esilio, Khachaturian per la diaspora armena, e un brano inedito di Houtaf Khoury, compositore palestinese-libanese, che nessuno ha mai ascoltato fuori dal Libano. «È il suono di ciò che non può essere detto nei teatri ufficiali» spieza Gillham, che ha già venduto il 70% dei posti senza una lira di marketing istituzionale.

Il contratto che nessuno firma più

Il contratto che nessuno firma più

Il nodo giudiziario è stretto: l’orchestra lo ha cancellato perché “contractor”, non dipendente; lui sostiene di essere lavoratore subordinato, con orari, repertorio e condizioni imposte. Se il giudice gli dà ragione, apre la strada a una rivoluzione: chi suona per un ente pubblico può esprimersi liberamente, senza paura di blacklist. L’MSO rischia una multa e una condanna per discriminazione politica. «Non voglio che ogni musicista debba aprire una società e pagare l’affitto del teatro» avverte Gillham. «Voglio solo che la musica non debba inginocchiarsi davanti al commissario».

Intanto, nel retrobottega dell’industria culturale australiana, qualcosa si è già mosso. Due ensemble indipendenti hanno annunciato programmi “a tema” per il 2025; una fondazione privata ha stanziato 200.000 dollari per difendere artisti “censurati”; la stessa Sydney Symphony Orchestra, in silenzio, ha inserito nella stagione un lavoro sui conflitti medio-orientali. Nessuno parla di effetto Gillham, ma il silenzio è già una risposta.

Il 19 luglio sale sul palco del Melbourne Recital Centre. Il pianoforte è un Steinway modello D, nero come il mare di Gaza nell’immaginario collettivo. Davanti a lui 1.600 posti, tutti esauriti. Dietro, un vuoto che non è più vuoto: è il posto di chi ha deciso che la musica non può suonare se prima non ha parlato. «Non è un concerto di beneficenza» chiude Gillham. «È un lavoro. Solo che, per una volta, il datore di lavoro sono io».