Nasce la prima 'biblioteca' d’olio d’oliva: 80 cultivar da assaggiare come libri

Non si legge, si degusta. A Seferihisar, sulle coste egee della Turchia, è appena stata inaugurata la prima “biblioteca” al mondo dedicata all’olio d’oliva: 80 cultivar da Anatolia al Nord America, custodite in 30 metri quadrati d’ombra e silenzio, pronte a essere “consultate” attraverso i rubinetti d’acciaio che trasudano oro verde.

Un archivio di sapori e memorie

L’idea è di Güven Eken, imprenditore agricolo e anima della fattoria Sevilma, rete Slow Food, insieme al giornalista-ambientalista Yücel Sönmez, scomparso lo scorso anno. Il suo nome campeggia sulla porta d’ingresso: biblioteca dell’Olio d’Oliva Yücel Sönmez. Non un museo, non un ristorante. Un deposito di identità liquide. «Un buon olio – spiega Eken – non è solo acidità e perossidi; è clima, suolo, preghiera, guerra, emigrazione». Ogni bottiglia è un documento d’archivio: la bottarga di Cunda, la nocellara di Belice, la mission da California. Si assaggia, si annota, si rimette a posto. Nessuna gerarchia di qualità, solo confronto.

Le bottiglie sono protette da vetri fumé che filtrano la luce come in una camera oscura. I visitatori prelevano da soli, due gocce sul dorso della mano, le scaldano, le annusano, le leccano. Poi passano alla scheda: altitudine, cultivar, data di raccolta, pressatura a ciclo continuo o pietra. «Leggere» un olio significa decodificare un paesaggio. Il sapore di macchia mediterranea ha la stessa densità di un racconto di Deledda.

La turchia gioca la carta identitaria

La turchia gioca la carta identitaria

La Turchia ha fatto del pistacchio di Gaziantep e del pepe di Urfa i suoi ambassador gastronomici. Adesso punta sull’olivo, riconosciuto nel 2023 dall’Unesco patrimonio immateriale dell’umanità. Seferihisar è il primo comune del Paese ad entrare nella rete Città Slow; qui il tempo è una variabile politica. La biblioteca è un tassello del puzzle: richiama chef, accademici, importatori. Il governo di Ankara ha stanziato 1,2 milioni di euro per replicare il modello in Izmir e Mugla. L’obiettivo è triplicare le esportazioni di olio d’oliva entro il 2028, sfidando Spagna e Italia sul mercato statunitense.

Al momento l’unico olio spagnolo presente è un picual andaluso. Eken lo definisce «un prestito, non un ospite». Vuole Madrid rinvigorisse la sezione Iberica: «La cultura oleicola spagnola è un intero scaffale, non un libro». Cile, Argentina e Perù sono nella lista d’attesa. «L’America Latina ha portato l’olivo nel deserto – dice – merita spazio».

La biblioteca resterà aperta tutto l’anno, ingresso gratuito. Chi entra riceve un taccuino bianco e un pastello. All’uscita, se lo restituisce pieno di note, ottiene una bottiglia “mystery” estratta a sorte. È la biblioteca che ricambia il favore: il lettore diventa autore, l’olio diventa storia. La memoria, in questo angolo di Egeo, ha il sapore di amaro e di foglia verde schiacciata.