Netanyahu spara alto: «la guerra all’iran è oltre metà obiettivi, l’industria militare crolla»

«Siamo oltre la metà del percorso». Benyamin Netanyahu non fissa date ma traccia una linea rossa: l’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran, partita il 28 febbraio, ha già compromesso più del 50% delle capacità militari di Teheran. Niente calendari, solo risultati: migliaia di guardie rivoluzionarie eliminate, impianti missilistici disintegrati, centrali nucleari scalfite. Un bilancio che il premier israeliano ha consegnato ai cronisti senza mezzi termini: «Stiamo demolendo la loro industria bellica pezzo per pezzo».

Il petrolio a 115 dollari e l’ormuz che brucia

La controffensiva iraniana – il blocco dello stretto di Hormuz – ha trasformato il braccio di ferro in un boomerang economico globale. Il barile ha sfiorato i 115 dollari nei picchi di seduta, un livello che mette in discussione le previsioni di crescita di mezzo pianeta. Washington non ha nascosto la minaccia: «Se non piegano, colpiremo raffinerie e nodi energetici». Traduzione: il “ Plan B” di Trump è già pronto e punta alla giugulare petrolifera.

Intanto, sul terreno, la guerra si allarga. Israele ha intensificato le incursioni in Libano contro Hezbollah, alleato sciita dell’Iran. I villaggi del Sud sono diventati una cintura di fuoco, con vittime civili che aumentano il conto quotidiano. E dentro l’Iran, i bombardamenti hanno tagliato la corrente in diversi quartieri di Teheran, trasformando la capitale in un patchwork di zone d’ombra e paura.

Il crollo interno che netanyahu scommette

Il crollo interno che netanyahu scommette

Il premier non parla di «cambio di regime» come obiettivo primario, ma ci scommetta sopra: «Il sistema crollerà da dentro». La tattica è quella di asfissiare la Guardia Rivoluzionaria, depotenziare i missili e far crescere il malcontento interno. Un ago sotto la pelle della società iraniana, che deve scegliere fra la resistenza e la recessione. Nei palazzi del potere a Teheran, la voce corrente è una sola: «Se l’industria militare cade, cadiamo tutti».

Il fronte diplomatico, per ora, è un teatro di chiacchiere. Al-Sisi ha appena lanciato un appello a Trump: «Solo tu puoi fermare questa guerra». Riyadh e Ankara provano a tessere una tregua, ma i colloqui restano appuntiti da richieste reciproche: cessate il fuoco subito, sanzioni via subito, riapertura dello stretto subito. Nessuno cede.

Resta il dato duro: a oltre un mese dall’inizio, il conflitto non ha un orizzonte. Netanyahu ha consegnato la sua verità: la guerra si vince pezzo per pezzo, non a colpi di agenda. Il resto è rumore di sottofondo mentre i radar continuano a tracciare missili e i mercati a scommettere sul prezzo del petrolio. Il tempo, per l’Iran, è diventato una valuta più scarsa del greggio.