Netanyahu spara sul iran: «abbiamo già dimezzato la sua potenza»

2.000 morti in una settimana, impianti nucleari a pezzi, la Guardia Rivoluzionale in fuga. Il premier israeliano interrompe il silenzio: «Siamo oltre la metà degli obiettivi, il regime crollerà dall’interno».

I numeri dietro la guerra lampo

Non ha usato mezzi termini Benjamin Netanyahu. In un’intervista a Newsmax TV ha detto ciò che molti analisti temevano: l’offensiva congiunta Usa-Israele contro l’Iran, partita il 28 febbraio, ha già raggiunto «più della metà» dei bersagli prefissati. Parola di chi, da Tel Aviv, ha trasformato la strategia militare in un countdown pubblico.

Il bilancio ufficiale: oltre 2.000 vittime, intere città-satellite dell’industria militare teocratica ridotte a cumuli di rottami, impianti di arricchimento dell’uranio colpiti a ripetizione. Un’onda d’urto che, secondo il premier, ha spaccato in due la capacità di ritorsione iraniana. «Stanno uscendo molto indeboliti, noi molto rafforzati», ha sintetizzato.

Ma c’è un dettaglio che Netanyahu non nasconde: il cronometro non scatta per i calendari, bensì per i target. «Non voglio parlare di date, solo di risultati». Traduzione: la macchina da guerra continuerà finché l’ultimo sito d’assemblaggio missilistico non sarà un ricordo.

La scommessa sul crollo interno

La scommessa sul crollo interno

La tattica di Tel Aviv punta a un effetto domino. Secondo i servizi israeliani, l’80% degli iraniani detesterebbe la gerarchia religiosa. Netanyahu ha trasformato quel dato in un’arma: «Gli ayatollah sono odiati. Il regime crollerà internamente». Una profezia che, se si avverasse, eviterebbe lo scontro di terra tanto temuto dai pianificatori occidentali.

Il fronte diplomatico si è spaccato. Emirati e Arabia Saudita, un tempo pronti a mediazioni silenziose, ora «dicono basta» e, a quanto sostiene il premier, «appoggiano l’azione americana». L’escalation, per Netanyahu, è solo «prevenzione» contro un pericolo esistenziale: missili nucleari puntati sulle città statunitensi.

Resta il nodo tempi. I generali del Pentagono parlano di «fasi successive», i cronisti di «settimane, non mesi». L’Iran, intanto, oscilla tra la minaccia di ritorsioni «non convenzionali» e il silenzio dei satelliti che, secondo fonti della Difesa israeliana, non riescono più a trasmettere dati precisi: le antenne sono polvere.

Netanyahu ha chiuso l’intervista con una frase che suona come un avvertimento: «Non fermeremo il fuoco finché l’ultimo centrifugio non sarà un rottame di ferro». Numeri alla mano, manca ancora qualche colpo. Ma la direzione, per ora, è una solta: Teheran perde pezzi, Tel Aviv aggiunge check sulla lista. Il conto alla rovescia è cominciato.