Oviedo corona il suo re: premio e crisi si abbracciano al tartiere

Il Real Oviedo è il miglior club asturiano 2025. Il presidente Martín Peláez ha alzato il trofeo lunedì sera al Príncipe Felipe, sorriso smagliante e occhi lucidi. Fuori, la città ancora festeggia il ritorno in Liga dopo 24 anni. Dentro, però, l’armadio trabocca di scheletri: la Liga femminile appena retrocessa, il filial caduto in Terza e la squadra madre ultima in classifica a otto punti dalla salvezza.

Il paradosso di un trionfo che brucia

Premio alla carriera? No. Il riconoscimento è «per i successi del 2025». Successi veri: promozione maschile, promozione del filial, promozione del femminile (salvo poi essere rilegata per regolamento). Un hat-trick istituzionale che, sul campo, dura il tempo di un battito di ciglia. Perché mentre Peláez parlava di «lecciones de vida» nel Grupo Pachuca, l’Oviedo femminile stava già consumando il suo ultimo respiro in Liga RFEF, battendo l’Osasuna ma salutando ugualmente la categoria a tre giornate dal termine.

La notte del Príncipe Felipe ha consegnato un’immagine perfetta: coppa in mano, crisi nelle gambe. I giocatori Chaira e Agudín applaudivano in smoking, ma domenica si ritroveranno col Sevilla in piena lotta per non affondare. Nove giornate, otto punti da recuperare. La matematica non è un’opinione: servono tre vittorie e un pareggio solo per accarezzare il playoff salvezza. Il centenario, celebrato con fuochi d’artificio ad agosto, rischia di chiudersi con i bidoni della spazzatura intorno al Carlos Tartiere.

Il modello pachuca: risultati o etica?

Il modello pachuca: risultati o etica?

Il gruppo messicano ha trasformato Oviedo in laboratorio: academy, squadra B, donne, scouting avanzato. Funziona? A metà. Il vivaio sforna talenti che il mercato svaluta se la prima squadra non riesce a tenerli a galla. Il femminile, promosso e bocciato in un amen, è la fotografia di una strategia che punta al titolo ma dimentica la stabilità. «Non hay fracasos, hay lecciones» ripete Peláez. Le lezioni, però, costano caro: retrocessione femminile, zona rossa maschile, indici di gradimento tribuna in calo del 12 % rispetto allo scorso anno.

Il presidente insiste: «El proyecto seguirá». Intanto il bilancio piange: 6 milioni di buco nel 2024, plusvalenze obbligate sui gioielli del settore giovanile, aumento di capitale rimandato. Gli azionisti messicani hanno versato 18 milioni da quando hanno preso il controllo, ma la Serie A è un pozzo che inghiotte soldi e morale. La televisione regionale già parla di «Plan B: salvezza a ogni costo». Il costo, per ora, è l’umore di una piazza che ha vissuto di glorie passate e ora conta i giorni fin alla resa.

Il calcio che verrà ad oviedo

Domenica, 18:30, Carlos Tartiere. Il Sevilla è lì, appaiato in basso. Un’occione da sei punti, ma anche un’eco: se l’Oviedo perde, il baratro si apre a −11 con otto giornate. La curva nord ha già annunciato coreografia «centenario sangrante». I ragazzi di Carlos Tartiere (l’allenatore, non lo stadio) dovranno fare a sportellate con la storia. Dal 2001, nessuna neopromossa retrocede al primo anno se non per disastri finanziari. L’Oviedo ha i conti in ordine, ma i muscoli no: 20 gol subiti nelle ultime sette, conversione offensiva al 7 %, peggiore della Liga.

Intanto la coppa «miglior club 2025» brilla nella sala trofei. Serve da specchio: riflette il volto soddisfatto del presidente, ma anche la pancia morbida di una squadra che ha dimenticato come si vinca. «Questo premio è vostro» ha urlato Peláez al pubblico. Il pubblico, mercoledì, risponderà con la voce dei tamburi. Se il Sevilla fa gol, il Príncipe Felipe sembrerà lontano anni luce. E il centenario, invece di un capitolo, rischia di diventare una tomba.

L’Oviedo ha scelto: si gioca il tutto per tutto. Vince e resta in corsa, oppure perde e comincia a scrivere la prima riga del necrologio. Non c’è più spazio per le «lecciones de vida». Serve un’altra vita, e serve adesso.