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I papà più giovani credono che l’uomo debba solo portare soldi: studio shock

Il mito dell’uomo pastore dello stipendio resiste e, paradossalmente, è più vivo tra i genitori under 30. Un’indagine globale appena pubblicata svela che il 72% dei padri australiani di Gen Z (18-28 anni) ritiene che «l’unico compito di un padre sia mantenere economicamente i figli». La cifra scende al 61% tra i millennial e al 57% tra i gen X, ma il segnale è chiaro: i ventenni non sono più «progressisti» per forza.

Il ritorno del breadwinner

Lo State of the World’s Fathers, curato da The Fathering Project e Western Sydney University, ha intervistato 8.000 genitori in 15 Paesi; 533 in Australia. Il dato che fa tremare i policy maker è il secondo punto del questionario: il 65% dei papà Z pensa che «vada bene se l’uomo lavora e la donna si occupa della famiglia». Tra i millennial la percentuale è identica (66%), mentre tra i 45-60enni crolla al 45%. Traduzione: le convinzioni più arcaiche sul ruolo dei sessi non le trovi nelle fabbriche, ma nei campus e nei primi open space.

Lo schema si riflette nei fatti. I dati ufficiali 2025 mostrano che le donne australiane impiegano ancora il doppio del tempo degli uomini per accudire bambini e parenti anziani, pur lavorando full-time. Risultato: la gran parte dei padri crede di fare «la sua parte», ma le madri pagano un «care tax» tradotto in ore non pagate, carriere rallentate, pensioni più basse.

Chi paga il prezzo dell’uguaglianza?

Chi paga il prezzo dell’uguaglianza?

Il professore James Brown, membro del board di The Fathering Project, non usa mezzi termini: «Fallimento sistemico. Le aziende rendono costoso per un uomo chiedere congedo, i servizi non sono pensati per i padri, e la recessione spinge le famiglie a tornare al vecchio schema “lui-lavora, lei-cura” anche quando nessuno dei due lo vuole».

La ricerca mostra un ulteriore abisso percettivo: l’80% degli uomini dichiara che le faccende domestiche sono «spartite in modo equo», contro il 66% delle donne. Le madri parlano di «lavoro di coordinamento invisibile» – ricordare le scarpe ortopediche alla nonna, prenotare i vaccini, comprare i regali di compleanno – mentre i padri elencano compiti “a tanto”: portare fuori la spazzatura, accompagnare al rugby. Stesso tetto, due mappe diverse.

Congedi e stipendi: la molla che non scatta

Congedi e stipendi: la molla che non scatta

La Dr. Alina Ewald, sociologa alla Western Sydney University, osserva che la paga più bassa delle donne «obbliga» la famiglia a privilegiare la carriera maschile. La sua ricetta: congedo parentale obbligatorio per i padri, asili nido più economici, orari flessibili senza penalizzazioni. Tradurre in numeri: se il congedo papà passasse da 2 a 8 settimane retribuite, la quota di uomini che si occupa del bambino nei primi tre anni salirebbe del 25%, secondo le simulazioni del Melbourne Institute.

Il governo Albanese ha già promesso di estendere il congedo a 26 settimane condivise entro il 2026, ma l’esame parlamentare slitta e le famiglie navigano a vista. Intanto il partito liberale oppone il ritorno al “family income splitting” che alleggerirebbe le tasse alle coppie con un solo reddito alto.

Storie dal fronte: quando il cantiere vince sul fasciatoio

Storie dal fronte: quando il cantiere vince sul fasciatoio

Zac Cracknell, 29 anni, Queensland, ha lasciato un impiego sicuro per avviare una ditta di piscine quando sua moglie era incinta. «La flessibilità è un regalo: posso rientrare prima e vedere mia figlia corrermi incontro nel corridoio. Ma il conto in barda è sempre lì: se non lavoro, non incasso». Il bilancio familiare? «70-30. Mia moglie fa ancora lei la maggior parte delle veci, pure con un full-time. Io mi sento in colpa, ma è l’unico modo per far quadrare i conti».

Il suo dilemma è quello di una generazione: la retorica del “papà presente” si scontrata con la realtà di mutui che raddoppiano e asili che costano 140 dollari al giorno. Il sogno di uguaglianza rischia di soccombere al primo bollettino inflazionistico.

Il punto di non ritorno

Il rapporto conclude con una previsione lucida: se entro il 2030 l’Australia non avrà raggiunto il 50% di congedi parentali presi dagli uomini, il gender pay gap resterà inchiodato al 14%. Traduzione: le future pensioni delle donne saranno ancora una volta il 30% più basse, e lo Stato spenderà 14 miliardi di dollari in più in pensioni di soccorso. L’equità non è un lusso: è una partita di 14 miliardi che inizia ogni mattina quando un papà decide se restare a casa con il bambino malato o meno.