Perù 2026: 35 candidati e nessun favorito, il voto resta un rebus
A due settimane dalle elezioni generali peruviane del 12 aprile 2026, il quadro politico assomiglia più a un labirinto che a una corsa. Trentacinque candidati in campo, nessuno che si stacchi dagli altri, e un elettorato che aspetta — quasi con rassegnazione — l'ultima settimana per decidere. Ricordo situazioni di alta volatilità elettorale durante i miei anni in Generali, quando i dati sembravano dire tutto e invece non dicevano niente: il Perù di oggi ha quella stessa aria sospesa, quella sensazione di numeri che mentono finché non smettono di farlo.
Un elettorato che non sceglie, o che sceglie di non scegliere
L'ex parlamentare Richard Arce non usa giri di parole: «C'è una percentuale altissima di persone che non ha ancora deciso il proprio voto». Non è indecisione nel senso classico del termine — quella di chi ha due opzioni e non riesce a scegliere. È qualcosa di più profondo: una sfiducia radicata verso l'intera classe politica, che rende qualsiasi scelta faticosa, quasi dolorosa. Il risultato è un elettorato che rimanda, che procrastina, che arriverà alle urne senza aver davvero convinto se stesso.
I sondaggi, in questo contesto, valgono poco. Arce lo dice chiaramente: «Sono solo indicativi». E ha ragione. Quando una fetta consistente di votanti può cambiare orientamento nell'arco di quarantotto ore, le rilevazioni fotografano un momento che già nel momento successivo non esiste più.

Trentacinque candidati e nessun leader
La frammentazione è il dato che colpisce di più. Trentacinque candidati alla presidenza: una cifra che in qualsiasi altro sistema elettorale sembrerebbe un errore tipografico. In Perù è la realtà. E il paradosso è che tanta offerta produce scarsità — scarsità di riferimenti chiari, di figure capaci di catalizzare il consenso, di narrazioni politiche credibili.
«Nessuno di loro si profila come un serio candidato a vincere le elezioni», ha detto Arce. Una frase che, pronunciata a due settimane dal voto, suona quasi come un atto d'accusa collettivo. Non verso un candidato in particolare, ma verso un intero sistema che ha prodotto questa dispersione.

Le piazze vuote raccontano più dei comizi
C'è un dettaglio che Arce sottolinea e che vale più di molte statistiche: le strade sono silenziose. Niente carovane, quasi nessun comizio, una campagna elettorale che si svolge più sui telefoni che nelle piazze. «Una specie di stanchezza», la chiama lui. È il segnale forse più preoccupante: non l'astensionismo in sé, ma il disinteresse che lo precede, quella forma di distacco che non è rabbia ma indifferenza.
Chi ha seguito campagne elettorali latinoamericane degli anni Novanta o Duemila ricorda bene il rumore — fisico, caotico, a volte fastidioso — della politica di strada. Oggi quel rumore non c'è. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.
Il verdetto arriverà all'ultimo secondo
Arce è convinto che la partita si deciderà nell'ultima settimana. Non è una previsione ottimistica né pessimistica: è la descrizione di un meccanismo ormai consolidato nell'elettorato peruviano, che ha imparato a non fidarsi delle promesse anticipate e a valutare — spesso in modo pragmatico, a volte cinico — cosa conviene fare il giorno prima di entrare nella cabina elettorale.
Il secondo dibattito presidenziale, iniziato questo lunedì, è l'ultimo grande appuntamento prima del silenzio elettorale. Potrebbe spostare qualcosa. O potrebbe confermare che in una corsa con trentacinque corridori, nessuno dei quali ha il passo del favorito, l'unico vero protagonista rimane l'incertezza. E quella, almeno, non è indecisa.