Pietroburgo ferma le linee: la recessione tocca i giganti russi

Le fabbriche di Pietroburgo e della regione di Leningrado stanno spegnendo i motori. Una scia di sospensioni e orari ridotti sta attraversando l'industria pesante del nord-ovest russo, dove l'assenza di liquidità e i mancati pagamenti hanno trasformato l'officina in un dormitorio.

Il primo campanello d'allarme è arrivato da Luzales, ex fornitrice di IKEA a Tichvin. L'azienda, controllata da un fondo locale dopo la fuga svedese del 2022, ha fermato la produzione di mobili per «mancanza di capitale circolante». Tradotto: i clienti non pagano, i fornitori non spediscono, la catena si rompe. Quel silenzio d'officina vale 400 posti di lavoro congelati.

Iz-kartex taglia il lavoro e la speranza

Iz-kartex taglia il lavoro e la speranza

Il gigante degli escavatori Iz-Kartex – un tempo orgoglio sovietico – ha annunciato che dal primo maggio la sua forza lavoro scenderà a tre giorni settimanali. Colpevole? «Domanda in caduta libera e crediti inesigibili», spiega l'azienda. Il 38 % degli addetti passerà la settimana a casa con un salario dimezzato. È la fotografia di un Paese che ha costruito la sua ricostruzione sul carbone e sul gas e ora scopre di non avere più mercati dove venderli.

Lo scenario non è isolato. Le ferrovie statali RŽD stanno tagliando il personale. Il colosso siderurgico di Magnitogorsk ha lanciato un piano di prepensionamenti. La tubificio di Chelyabinsk ha ridotto gli turni del 30 %. Persino il commercio al dettaglio crolla: nel 2025 ha chiuso il 12 % dei negozi di abbigliamento, mentre alcune catene hanno abbassato le saracinesche della metà dei punti vendita. È la prima volta dal 2000.

I dati ufficiali parlano chiaro: il PIL di gennaio ha segnato un -2,1 % su base annua, l'industria manifatturiera arretra del 3,2 %. Ma dietro le percentuali ci sono famiglie che contano i giorni alla fine del mese e manager che dormono in fabbrica per non bloccare l'ultimo lotto. Lo Stato promette «sostegno mirato», ma il rublo continua a svalutare e le importazioni di tecnologia restano bloccate.

La guerra ha spostato i confini geopolitici, ma dentro i cancelli delle acciaierie la battaglia si chiama semplicemente «sopravvivenza». E, per ora, sta vincendo il silenzio.