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A ceuta la droga corre in tunnel: 17 tonnellate di hashish e un ingranaggio sotterraneo da 1,6 milioni

La polizia spagnola ha portato alla luce un tunnel ferroviario per narcotrafficanti sotto Ceuta, completo di rotaie, carroponti e un sistema di pompaggio che teneva l’intera struttura in silenzio e asciutta. Sequestrati 17 tonnellate di hashish e 1,6 milioni di dollari in contanti. Ventisette arresti, due cervelli: un “narco-architetto” marocchino e un depositario spagnolo.

Il tunnel che ha trasformato il confine ue-africa in un hub sotterraneo

L’imbocco partiva da un capannone industriale dismesso, scendeva per tre piani e sbucava oltre la recinzione di confine, dentro Marocco. Al centro del passaggio, un’anticamera per lo stoccaggio delle merci su pallet, poi la galleria vera e propria: 200 metri di binario leggero, carrelli a mano, verricelli elettrici, pannelli fonoassorbenti. Un’opera civile costruita per durare, non per un paio di passaggi.

Ceuta è un lembo di Europa incollato all’Africa: qui l’Unione europea tocca il continente africano con un muro di cinque metri e un oceano di profitto. Da anni il flusso principale di hashish verso l’Europa passa per le acque dello stretto, su go-fast e lancia a barchiglia. Ora il percorso è cambiato: sotto i piedi dei doganieri, a otto metri di profondità.

Il funzionamento era meccanico. Il hashish arrivava in panetti da Tétouan, veniva caricato sui vagoncini, attraversava il tunnel ed emergeva già in Spagna, pronto per la distribuzione nazionale e per l’intera piazza di Barcellona, Valencia, Madrid. Nessun radar, nessuna motovedetta, nessun rischio meteo. Solo silenzio e ingegneria.

Il “narco-architetto” e il signore di ceuta

Il “narco-architetto” e il signore di ceuta

La polizia identifica due figure-chiave. Il primo è un ingegere marocchino, arrestato giovedì notte a Tangeri: ha progettato la tratta, calcolato la pendenza, scelto i materiali. Il secondo è un imprenditore di Ceuta, intestatario formale del capannone e, secondo l’accusa, proprietario dell’intera partita. Tra i due, una catena di subappaltatori: muratori, elettricisti, addetti alla sicurezza, tutti pagati in nero e tenuti lontani dal cantiere vero.

Le immagini diffuse mostrano i poliziotti scendere a scalette arrugginite, torce led sulle pareti di cemento, montagne di panetti avvolti in plastica nera. Uno degli agenti commenta: «Sembrava un’galleria di miniera, solo che qui si estraeva hashish». La scena è già virale sui social spagnoli, con la frase «Benvenuti nella Spagna che scava».

Perché questo cambia le regole del gioco

Perché questo cambia le regole del gioco

Fino a ieri il successo degli anti-narcotico si misurava in tonnellate intercettate in mare. Ora il fronte si è spostato sottoterra. Significa che i cartelli hanno cassa, ingegneri e tempo di realizzare opere da Stato. Significa che il confine più militarizzato d’Europa ha una falla che nessuno aveva previsto. E soprattutto significa che la domanda europea di hashish è talmente alta da giustificare un investimento da decine di milioni.

La Guardia Civil teme che il modello venga replicato. Melilla, l’altra enclave spagnola, ha lo stesso tipo di suolo calcareo e la stessa pressione criminale. Basta un capannone, una ruspa e qualche mese di lavoro notturno per trasformare un intero quartiere industriale in stazione di smistamento.

Intanto, a Ceuta, il tunnel è già stato riempito di cava e cemento. Ma l’idea resta in circolazione: se l’Europa vuole davvero chiudere il passaggio, dovrà imparare a guardare anche sotto i propri piedi. Perché la prossima partita potrebbe viaggiare a velocità ridotta, ma invisibile.