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Dallas ferma un leader latino: 7 mesi nel limbo dell'ice senza processo

Omar Salazar è dentro da 219 giorni. Ce l'hanno messo dopo un normale controllo di routine su una strada di Dallas: niente droga, niente armi, nemmeno un precedente. Solo la patente scaduta e l'assenza di un pezzo di carta che dica «sei americano». Da allora il suo mondo si è ridotto al corridoio di cemento del Bluebonnet Detention Facility, a tre ore di auto verso nord-ovest, dove l'aria sa sempre di caffè amaro e disinfettante.

L'Università Southern Methodist lo ha laureato con lode, la città lo conosce come il ragazzo che organizza raccolte di fondi per le scuole pubbliche, ma per il sistema d'immigrazione è solo codice A 098-421-115: uno dei quasi 400 mila casi fermi in Texas, 3,3 milioni in tutta la nazione secondo i dati TRAC di Syracuse University.

Il guaio di non avere un numero di priorità

Il guaio di non avere un numero di priorità

Salazar è arrivato a undici anni da Tijuana, troppo tardi per chiedere l'asilo, troppo presto per il DACA. «È il classico buco normativo», spiega l'avvocato Jacob Monty, «nessuna coda lo voleva, così non si è mai messo in fila». Quando l'agente ICE gli ha chiesto i documenti, non aveva nulla da mostrare se non una fedina immacolata e una promessa di matrimonio con la fidanzata storica, consumata davanti a un giudice di pace nel parlatorio del centro di detenzione.

Da agosto ha cambiato tre giudici. Il primo è andato in pensione, il secondo si è trasferito ad Atlanta, il terzo ha ereditato 2.800 pratiche in arretrato. «Immagini un magistrato che ogni mattina trova sulla scrivania un mazzo di cartelle alte quanto un libro di scuola», dice Veronica Franco Salazar, legale di Monty & Ramirez LLP. «Ogni udienza dura sette minuti, poi scatta l'ordine del giorno successivo. Omar è rimasto incastrato tra un vuoto di organico e la Politica del