Il canada sceglie avi lewis per sfidare il 1%: la sinistra trova la sua voce
Avi Lewis ha appena stretto il pugno davanti a 2.300 delegati a Winnipeg e il messaggio è chiaro: il partito che un tempo facece tremare banche e petrolieri è tornato a puntare dritto al cuore del 99%. Il giornalista-documentarista, 58 anni, ha vinto al primo scrutinio la corsa alla guida del NDP, il New Democratic Party, ridotto a brandelli dopo il tracollo del 2025: sei parlamentari, 13 milioni di debiti, appena il 6% nei sondaggi federali.
La vittoria che nessuno si aspettava
Sorprende la velocità. Bastano tre giorni di convention e un’affluenza record per chiudere la partita senza bisogno di secondo turno. Lewis ha superato l’ex deputata Heather McPherson, l’organizzatore sindacale Rob Ashton, la consigliera di Vancouver Tanille Johnston e il contadino Tony McQuail. Nessuno di loro ha mai avuto il peso mediatico di un uomo cresciuto tra telecamere e manifesti. È figlio di Stephen Lewis, ex premier dell’Ontario, e nipote di David Lewis, leader del partito negli anni ’70. Il cognome è un marchio di fabbrica, ma stavolta serve a risollevare un’automobile di soccorso, non una dinastia.
Il suo discorso d’investitura è un fiume di bile contro la borghesia canadese: «È tempo di tassare davvero multinazionali e miliardari che surfano su un’onda di profitti mentre il resto del paese conta i centesimi». Promette tasse più alte sul patrimonio, energia verde e università gratis. Il pubblico urla, Naomi Klein – sua moglie e autrice di Shock economy – lo abbraccia sul palco. Il problema è che, per attuare il piano, Lewis dovrebbe prima entrare in Parlamento.

Ottimismo a sinistra, freddo a destra
Il premier Mark Carney e il leader conservatore Pierre Poilievre hanno spedito i complimenti di rito. Entrambi hanno scavato nelle rovine del NDP alle ultime elezioni, portandosi via diciassette seggi e la preziosissima official party status. Ora temono che Lewis riesca a riaccendere la scintilla progressista, soprattutto tra i giovani e i lavoratori precari.
La scommessa è enorme. Il partito ha bisogno di ricostruire dal basso, ma i vertici provinciali non la pensano tutti uguali. Il premier del Manitoba Wab Kinew – che governa con una solida maggioranza – lo ha abbracciato pubblicamente. Altri, come David Eby in British Columbia, fanno notare che le miniere e la tech-industry restano centrali per l’economia locale. Naheed Nenshi, leader in Alberta, è ancora più diretto: «Una linea ideologica contro petrolio e gas non aiuta il nostro elettorato». In Saskatchewan Carla Beck ha rifiutato l’incontro, definendo «irrealistica» la piattaforma di Lewis.

Il conto da pagare
I numeri sono spietati. Il NDP ha toccato il 103 seggi nel 2011 sotto Jack Layton; oggi è sotto la soglia minima di 12 deputati dopo l’addio di Lori Idlout, passata ai liberali. Il debito di 13 milioni pesa come un macigno e le donazioni si sono asciugate. Lewis dovrà dimostrare di saper sollevare il sipario senza sedersi mai sui banchi di Montecitorio, almeno fino a un’eventuale elezione suppletiva.
Mentre parla, il dollaro canadese soffre e la Borsa di Toronto registra flussi d’uscita dagli energy trust. Le major petrolifere osservano, interessate. Il Canadian Association of Petroleum Producers ha già annunciato che «qualsiasi nuova tassa sull’export verso gli Stati Uniti rischierebbe di trasformarsi in ritorsioni commerciali». Il clima è teso: Trump minaccia dazi sul legno e sul alluminio, e Ottawa non può permettersi un altro fronte interno.
Lewis lo sa, ma ciò che lo muove è un’altra storia. «Il paese ha bisogno di un faro per il 99%», ripete. Il faro ha una forma di telecamera, una voce da documentarista e un cognome che ha già scritto la storia della sinistra canadese. Se riuscirà a trasformare il fuoco in voti, il prossimo capitolo potrebbe intitolarsi Come abbiamo fatto paura al 1%. Il tempo per scriverlo è quello che resta fino alla prossima tornata elettorale. Il conto alla rovescia è cominciato.