Israele ricaccia dentro l'iran nel buio: blackout, porti in fiamme e carrieri nel mirino
Le luci si sono spente a Teheran e non sono mai più tornate. Israele ha ricominciato a colpire la capitale iraniana nel cuore della notte, mandando in tilt centrali elettriche e depositi missilistici. Il risultato è un blackout totale che dura da trenta giorni, la più lunga oscurità nazionale della storia moderna, e un dossier di danni che cresce ora dopo ora.
La fuga di corrente che ferma l'iran
Il ministero dell’Energia parla di «attacchi mirati a strutture sensibili». Traduzione: i siti di trasformazione che alimentano la metropoli sono stati centrati da missili che hanno trapassato la cupola di difesa aerea come burro. Le mappe della rete elettrica mostrano una Turchia e un Pakistan in tensione: se il collasso si allarga, anche loro rischiano blackout a catena. Intanto la popolazione si arrangia con generatori di fortuna e benzina di contrabbando, mentre i dati sulle scorte di gasolio restano un segreto di Stato.
Israele non si ferma alle infrastrutture civili. La notte scorsa ha dichiarato di avere disintegrato un impianto della Difesa iraniana specializzato nella produzione di componenti per missili balistici. Un colpo chirurgico, dicono, che secondo fonti occidentali riduce del 30% la capacità di ricarica dell’arsenale di Teheran entro i prossimi sei mesi.

Il porto di bandar khamir brucia sull’ormuz
A sud, intorno allo stretto più trafficato del pianeta, il porto di Bandar Khamir è stato colpito da una sequenza di raid che, secondo l’agenzia iraniana, hanno ucciso cinque operai. Le immagini satellitari mostrano capannoni sventrati e una nube tossica che si allunga sul Golfo Persico. Il passaggio strategico, teatro di un quarto del petrolio mondiale, resta aperto al traffico, ma i premi assicurativi per le petroliere sono già schizzati dell’80% in quarantotto ore.
Parallelamente, i Pasdaran rivendicano il lancio di missili contro un’area industriale nel Neghev israeliano. Le fiamme alte come palazzi, riprese da un drone di AFP, hanno costretto all’evacuazione di un intero kibbutz specializzato nella produzione di componenti aerospaziali. Tel Aviv minimizza: «solo schegge». Le schegte, però, hanno incenerito un capannone da 25mila metri quadri.
Islamabad prova a fare da mediatore mentre l’ambasciatore iraniano resta a beirut
Il Pakistan ha riunito ministri degli Esteri di Turchia, Arabia Saudita ed Egitto per offrire agli Stati Uniti e all’Iran una tavola negoziale a Islamabad. L’idea, spinta anche da Pechino e dall’ONU, è un cessate-il-fuoco «a tappe» che parta dal rispetto dei corridoi umanitari e da un embargo sui missili a medio raggio. Washington non ha ancora risposto. Teheran, intanto, ignora il diktat di Beirut: l’ambasciatore Mojtaba Amani resta in Libano nonostante la dichiarazione di persona non grata. Il motivo? Il governo libanese è troppo diviso per espellerlo davvero.
Il fronte interno israeliano si allarga: Netanyahu ha ordinato all’esercito di «ampliare la zona di sicurezza» entro il sud del Libano. Traduzione: nuovi avamposti oltre la linea blu, altri villaggi costretti a evacuare. Il bilancio libanese sale a 1.238 morti dal 2 marzo, giorno in cui Hezbollah ha riaperto il fronte nord.
Internet spento e la guerra dei funerali
Da un mese l’Iran è offline. Reti fisse, cellulari, banche, ospedali: tutto gira su server locali e chiavette USB. L’economia perde 400 milioni di dollari al giorno, stima Tehran Chamber of Commerce. La disperazione si trasforma in protesta silenziosa: nei quartieri periferici si accendono fuochi per segnalare la presenza di forze di sicurezza, mentre i parenti dei morti sfilano in cortei clandestini registrati solo da memory card nascoste nei vestiti.
A Beirut i funerali di tre giornalisti di Al Manar sono diventati manifestazione. L’esercito israeliano ha ammesso l’attacco mirato per uccidere Ali Shoeib, corrispondente storico del network sciita, accusandolo di essere un operativo di Hezbollah. Nessuna prova è stata fornita. Le telecamere strappate al fuoco mostrano solo macerie e un microfono spezzato.
Intanto il cavo di comunicazione che collega l’Iran al Golfo è stato accidentalmente tagliato da un’ancora di una petroliera in fuga. Il risultato è un’ulteriore rallentamento del traffico dati regionale. Il mondo guarda, ma gran parte dell’area non può più guardare nulla.
La partita non è più solo militare: è una guerra di tempo, di risorse, di narrazioni. Israele punta a strangolare la capacità iraniana di reagire prima che un accordo, qualunque esso sia, prenda forma. Teheran, dal canto suo, scommette che la comunità internazionale non tollererà un conflitto aperto nello stretto di Hormuz. La posta in gioco è la più alta dal 1979: chi cadrà per primo nel buio, perderà anche la facciata di potere che resta.
